Sindrome coronarica acuta: riduzione degli accessi in emergenza nel periodo COVID-19

Percorsi di prevenzione e cura

Riferimento bibliografico

De Filippo O, D’Ascenzo F, Angelini F, et al, Reduced Rate of Hospital Admissions for ACS during Covid-19 Outbreak in Northern Italy, NEJM 2020 Apr 28; DOI: 10.1056/NEJMc2009166

In sintesi

Lo studio ha dimostrato durante la pandemia da SARS-CoV-2 una diminuzione significativa nel numero di persone ammesse nei Dipartimenti Ospedalieri di Emergenza per sindrome coronarica acuta (SCA). La paura del contagio, la diffidenza nei confronti dei protocolli ospedalieri di prevenzione del contagio, associate a reazioni emotive di ansietà, depressione e isolamento sociale dovute alla pandemia possono spiegare questi risultati.

Il contesto ed il punto di partenza

Il lavoro si incardina nel periodo della pandemia da SARS-CoV-2, quando, in seguito alla prima infezione diagnosticata a Codogno il 19 febbraio 2020, in Italia si è avuta una rapida espansione dell’infezione. Ciò ha portato, come è noto, alle misure di lockdown decretate l’8 marzo 2020 allo scopo di prevenire la diffusione del virus su tutto il territorio nazionale attraverso l’isolamento sociale e la restrizione di varie attività lavorative. In questo contesto, lo studio ha valutato, se durante l’epidemia da SARS-CoV-2 in Italia, quando il rischio di infezione era alto, e soprattutto in corrispondenza delle misure di drastica limitazione dei contatti inter-personali e il messaggio prevalente era di “rimanere a casa per essere al sicuro dall’infezione”, c’è stata una variazione nel numero di accessi nei Dipartimenti di Emergenza per sindrome coronarica acuta.

Caratteristiche dello studio

Lo studio ha retrospettivamente considerato il numero di pazienti con diagnosi di sindrome coronarica acuta (angina instabile, infarto miocardico senza ST sopraslivellato -NSTEMI- o infarto miocardico con ST sopraslivellato -STEMI) che si sono presentati ai Dipartimenti di Emergenza di 15 ospedali, principalmente del Nord Italia, durante il periodo COVID-19 (dal 20 febbraio al 31 marzo 2020). Questo numero è stato confrontato con il numero di pazienti con la stessa diagnosi, ammessi negli stessi ospedali, nello stesso periodo dell’anno 2019 (dal 20 febbraio al 31 marzo 2019, controllo “inter-year”) e nel periodo immediatamente precedente all’epidemia (dal 1 gennaio al 19 febbraio 2020, controllo “intra-year”).

Principali risultati

Un totale di 2.202 pazienti con SCA sono stati inclusi nell’analisi. Lo studio ha evidenziato nel periodo COVID-19 una riduzione del 30% delle ammissioni per sindrome coronarica acuta rispetto al controllo “inter-year” (13,3 vs 18,9 ricoveri al giorno) e del 26% rispetto al controllo “intra-year” (13,3 vs 18,0 ricoveri al giorno). Tale riduzione era prevalente per i pazienti con diagnosi di NSTEMI (calo rispettivamente del 44% e 41%), minore, ma significativa, per i pazienti con STEMI (calo del 25% e 23%, rispettivamente) ed era assente per i pazienti con angina instabile. All’interno del periodo COVID-19 il numero di ricoveri per SCA dopo il lockdown nazionale (dall’8 al 31 Marzo 2020) è stato inferiore del 20% rispetto ai ricoveri nella fase pre-lockdown (dal 20 Febbraio al 7 Marzo 2020).

Limiti

Un limite è rappresentato dalla natura retrospettiva del disegno. Lo studio non ha inoltre permesso di valutare specificatamente l’impatto dei cambiamenti di abitudini conseguenti al lockdown (riduzione dell’attività fisica, cambi nutrizionali, stress emotivo) sull’incidenza di SCA.

Quale novità

Il lavoro ha per la prima volta evidenziato che l’epidemia da SARS-CoV-2 ha influenzato negativamente la presentazione della popolazione ai Dipartimenti di Emergenza per sindromi ischemiche cardiache acute, che richiedono interventi urgenti di angioplastica coronarica. Le istituzioni sanitarie, le società scientifiche e i mass-media dovrebbero promuovere campagne in tutto il mondo che rinforzino i seguenti concetti: i pazienti con sintomi che suggeriscono malattie cardiache acute devono comunque accedere ai Dipartimenti di Emergenza per ricevere una diagnosi tempestiva e trattamenti potenzialmente salvavita; gli Ospedali sono comunque in grado di eseguire interventi urgenti con protocolli adeguati e specifici per prevenire la diffusione virale.
In accordo con i risultati dello studio, una recente analisi italiana ha poi riportato un aumento del numero di casi di arresto cardiaco e di morte extraospedaliera durante l’epidemia COVID-19 (Baldi E, Sechi GM, Mare C, et al. Out-of-Hospital Cardiac Arrest during the Covid-19 Outbreak in Italy. N Engl J Med. 2020 Apr 29). Tutte queste evidenze forniscono alle autorità sanitarie importanti dati epidemiologici per poter organizzare l’assistenza ad un numero più elevato previsto di persone che arriveranno negli Ospedali nei prossimi mesi con gravi condizioni cardiache post-infartuali, non diagnosticate e non trattate in fase acuta durante il periodo della pandemia.

A cura di Giuseppe Patti

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