Cosa sappiamo della vecchiaia ai tempi di Saffo, di Cicerone o di Seneca? Come era vissuta? Come era percepita?  Come era raccontata? Che cosa possiamo imparare oggi? La letteratura greca e latina ci offre la possibilità di guardare l’invecchiamento da un punto di vista lontano, lontano ma anche vicino perché lì, in quello sguardo è radicata la nostra cultura. Ci offre una panoramica su un mondo in cui invecchiare era sicuramente un’esperienza diversa da quella contemporanea, ma forse nemmeno così tanto. Questo sguardo lontano-vicino, diverso ma uguale, ha ancora molto da dire a chi studia questo fenomeno, a chi lo vive in prima persona e alla nostra società. Con l’aiuto della professoressa Raffaella Tabacco, Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Piemonte Orientale, parliamo di questo tema nella letteratura greca e latina.

Come era sentita la vecchiaia nel mondo greco?

Già nel VII-VI secolo, con Saffo e Mimnermo, la lirica greca sente la vecchiaia come una malattia incurabile. Ne vengono individuati i sintomi: inaridimento della pelle, imbiancamento dei capelli, dolori articolari e debolezza delle gambe, problemi di vista, depressione e desiderio di morte.  Anche nella Retorica di Aristotele si offre un quadro del tutto negativo del vecchio, attribuendogli cattivo carattere e egoismo. Se passiamo al mondo latino del II secolo a.C., Terenzio fa pronunciare a un personaggio della sua commedia Phormio la frase che abbiamo posto come titolo a questa conversazione, ma senza il punto interrogativo: a Demifone che gli chiede come mai si è trattenuto tanto tempo a Lesbo, il vecchio Cremete risponde: “mi ha trattenuto una malattia” e aggiunge “mi chiedi quale malattia? La vecchiaia stessa è una malattia”.

Anche nel mito troviamo la rappresentazione della vecchiaia?

Certamente. Il mito della dea Aurora conferma immagine cui abbiamo accennato e ne fornisce un altro tassello: Aurora è innamorata del giovane Titono, bellissimo e simile a un dio, innamorata al punto da chiedere e ottenere da Zeus per lui l’immortalità; ma dimentica di chiedere l’eterna giovinezza. Titono è condannato a un infinito invecchiamento. L’Inno omerico ad Afrodite ci racconta che Aurora – quando i capelli di Titono cominciano a imbiancare si allontana dal suo letto e lo confina in casa. Invero per un po’ di tempo ha cura di lui, gli dà da mangiare e lo veste bene, ma quando la vecchiaia diviene più estrema, e Titono non può più muoversi, lo chiude nel talamo (diremmo oggi lo confina nel letto) e gli chiude anche le imposte. Titono aveva ormai anche la voce alterata, gracchiante, e si lamentava continuamente. A quel punto Aurora si rende conto che non è auspicabile che Titono continui a vivere, considera la sua lunga vita una vergogna per se stessa di fronte agli dèi e così Zeus lo trasforma in cicala.
È fin troppo facile vedere riflessa nel mito l’emarginazione della vecchiaia estrema, in cui viene a mancare il dialogo, i lamenti diventano un fastidioso sonoro per chi sta intorno: e dunque il disagio della famiglia, il desiderio di emarginazione e confino in un luogo separato, e infine il sollievo della scomparsa. Problemi con cui ci confrontiamo ogni giorno, noi più degli antichi che hanno elaborato questo mito, di fronte al crescere del numero dei nostri ‘grandi vecchi’, che perdono la loro individualità, la loro capacità di interazione sociale, insieme alle loro forze, prima dell’arrivo di una morte che tarda, oggi non per volontà di Zeus, ma per l’efficacia della medicina curativa, che prolunga la vita ma non è ancora in grado di prolungare in parallelo la lucidità di mente.

Gli antichi fornivano consigli per un buon invecchiamento?

Anche qui la risposta è positiva. Troviamo negli autori latini consigli su come gestire nel modo migliore l’età avanzata e come arrivare bene ad essa. Plinio il Giovane (I-II sec. d.C.) in una lettera elogia lo stile di vita del dell’anziano Spurinna: a settantasette anni egli fa attività fisica con due passeggiate al giorno, una più lunga, di tre miglia, e una più breve di un miglio (circa 6 km totali) intervallate da riposo; poi bagno, ancora passeggiata al sole e gioco a palla. Fa anche ginnastica mentale: legge, conversa, scrive, si occupa di attualità e di letteratura. Segue un regime alimentare «fine e semplice».
Riflettiamo sull’aspetto dell’inserimento attivo dell’anziano nella vita sociale. Spurinna si circonda di amici con cui ha un rapporto intenso e positivo di condivisione, sia fisica sia intellettuale. È implicita qui l’idea che la vecchiaia deve essere significativa, per se stessi e per chi ci sta intorno, e non una presenza che sia di peso o inutile, sia affettivamente sia praticamente.”

Abbiamo testimonianze sul ruolo dell’anziano dal punto di vista di un anziano?

Per questo possiamo citare Seneca, che scrive alcune lettere negli ultimi anni della sua vita, dopo il ritiro dall’attività pubblica, quando era vicino ai 70 anni. Troviamo ribadita l’importanza di avere cura di sé in vecchiaia come impegno nei confronti delle persone care, in particolare, per Seneca, verso la giovane moglie Paolina. All’epoca il suicidio in età avanzata era una pratica accettata, nel caso che le condizioni di salute rendessero la vita non più degna di essere vissuta, ma Seneca lo giudica duramente come un atto di debolezza:
Chi non apprezza la propria moglie, un amico, tanto da indugiare un poco più a lungo nella vita, chi persisterà nell’idea di voler morire, è un uomo tutt’altro che forte. Imporsi anche su questo punto, qualora l’interesse dei propri cari lo esiga, è uno dei doveri dell’animo, e non solo se si vuole morire, ma se già ci si è avviati sulla strada della morte bisogna interrompere questo processo e adeguarsi al desiderio dei propri familiari. È indice di grande levatura d’animo tornare alla vita per amore degli altri, come hanno fatto uomini insigni, e gli esempi sono numerosi, ma stimo che sia un segno di estrema sensibilità d’animo anche avere riguardi per la propria vecchiezza (il cui più grande vantaggio consiste in una più tranquilla cura di sé e nel fare un uso più coraggioso della vita), se ti rendi conto che questo atteggiamento è gradito, utile e desiderabile per qualcuno dei tuoi. Inoltre tale comportamento reca con sé una non trascurabile gioia e una ricompensa: che cosa c’è di più soave dell’essere così caro a tua moglie da renderti proprio per questo più caro a te stesso?
La vecchiaia, per Seneca, se ben accudita, è positiva, e perfino essenziale per coloro che stanno intorno all’anziano. Questo ci porta a riflettere su temi attuali quali quelli dell’impatto sul contesto familiare e sociale, degli investimenti in cure, dell’attenzione al mantenimento dell’interazione sociale e personale, con riflessi anche nelle decisioni di spesa pubblica, o, in senso negativo, sulle discriminazioni ingiuste e immotivate nei confronti dell’anziano. Su questo le fonti antiche sono estremamente ricche, perché la rivalutazione della vecchiaia passa prevalentemente per il tema della saggezza e esperienza dell’anziano che può essere utile alla famiglia e alla società con i suoi consigli e con la sua autorevolezza.

Vi sono nel mondo antico opere specifiche dedicate al tema della vecchiaia?

Ritratto di anzianoIn età ellenistica vi erano trattati greci ‘sulla vecchiaia’, ma sono perduti. Abbiamo invece il De Senectute di Cicerone, una sorta di ‘consolazione della vecchiaia’, che cerca di opporre ragioni positive agli aspetti negativi tradizionalmente ad essa rimproverati.  Egli scrive quest’opera all’inizio del 44 a.C., poco prima che Cesare venga assassinato: ha da poco passato i 60 anni, inizio formale della senectus, ed è sconfortato perché a causa della dittatura di Cesare ha dovuto abbandonare la vita politica, ma soprattutto perché sta affrontando uno dei più tragici “mali della vecchiaia”, la morte della figlia Tullia a causa di un parto difficile. Sceglie di comporla in forma di dialogo e di ambientarla oltre un secolo prima, nel 150 a.C., ponendo come protagonista il vecchio Catone il censore, all’epoca di 84 anni, vissuti in salute, attività e onore. Anche Catone, come Cicerone, aveva saputo sopportare il dolore straziante della perdita di un figlio. Il dialogo si concentra prevalentemente sugli aspetti morali legati alla saggezza di Catone, ma al suo interno troviamo anche alcuni passaggi legati al discorso che stiamo sviluppando qui sullo stile di vita che occorre per vivere una buona vecchiaia:
bisogna lottare contro l’età senile quasi come contro una malattia; bisogna avere cura della salute, praticare esercizi misurati, mangiare e bere quel tanto che basta per ristorare le forze, non per fiaccarle. E non bisogna badare soltanto al corpo, ma molto più ancora alla mente e all’animo: anche questi infatti, se non vi aggiungi dell’olio, come si fa per una lampada, si spengono con l’età senile; il corpo se lo affatichi negli esercizi si appesantisce, ma l’animo con l’esercizio diventa leggero. Quelli che Cecilio chiama ‘stupidi vecchi da commedia’ sono, vuole dire, gli anziani afflitti da creduloneria, smemoratezza, dissolutezza, mali che non dipendono dall’età senile, ma da una senilità vissuta nell’inerzia, nell’ignavia, nella sonnolenza … L’età senile è degna di onore, se sa tutelarsi da se stessa, se sa salvaguardare i propri diritti, se a nessuno aliena la propria autonomia, se fino all’ultimo respiro sa amministrare i suoi di casa.

Come potremmo dunque sintetizzare i risultati della riflessione di Cicerone circa la salute e il benessere dell’anziano?

Si possono individuare tre aspetti:
1. Il ruolo della cultura
Catone impara il greco da vecchio e ne rivendica l’apprendimento proprio come un esempio di come la vecchiaia possa essere attiva: in vecchiaia quindi si possono fare cose che non si ha avuto tempo di fare prima e questo da un significato alla vita.
2. Lo stile di vita 
Catone afferma che la temperanza praticata in età giovanile favorisce il mantenimento del vigore in età tarda; propone esercizi di memorizzazione come “allenamenti della mente”; sostiene poi, che in ogni età bisogna accettare i limiti e sfruttare le opportunità che la vita ti concede, adattandosi al ritmo del momento.
3. I piaceri pulsionali della giovinezza sostituiti da piaceri sobri e riflessivi
Il venir meno di piaceri fisici forti in vecchiaia libera da impulsi che possono essere fuorvianti. Catone sollecita l’abitudine di trovarsi a tavola con amici, per godere del fresco, nelle serate d’estate, e del calore del fuoco in quelle invernali. Il piacere conviviale, gestito sobriamente, è positivo nell’età senile. Anche la coltivazione della terra è un’attività pratica a cui un anziano può continuare a dedicarsi con misura, come il re persiano Ciro che in vecchiaia curava uno splendido giardino; questo consente di beneficiare della salubrità dei luoghi, in cui si può godere del sole, del fresco o del fuoco, giocando ai dadi.

 

A cura di Francesca Memini

Immagini:
Aurora e Titone, Palazzo Borromeo Arese,  attribuiti a Giulio Cesare Procaccini il Giovane
Ritratto virile 535, Museo Torlonia

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