Nutrirsi è uno dei bisogni primari di tutti gli esseri viventi. È un comportamento istintivo a cui tendiamo come prima cosa appena ci affacciamo in questo mondo. Il neonato con la ricerca del seno materno compie non soltanto un atto finalizzato a procacciarsi sostanze utili per il proprio organismo, ma segue un rituale carico di soddisfazione e appagamento. Da quell’istante iniziale, questo comportamento lo accompagnerà per tutta la vita. Tuttavia, accanto alla pratica della ricerca del nutrimento, l’uomo ha associato, fin dai tempi più antichi, anche la pratica del digiuno

Storia del digiuno

All’inizio della storia dell’uomo, il digiuno era un evento comune, ma non cercato. Nel contesto ambientale in cui la specie umana si è sviluppata la disponibilità di cibo era assolutamente casuale e saltuaria. Per questo motivo, il processo di selezione naturale e di perfezionamento dell’organismo umano ha fatto sì che venissero sviluppati tutta una serie di meccanismi metabolici e di regolazione atti a far fronte a periodi anche lunghi di carenza di cibo. Solo successivamente, dopo migliaia di anni, l’uomo ha capito che il digiuno rappresenta un’esperienza fisiologica di straordinaria potenza per attivare i meccanismi di disintossicazione necessari al corpo per vivere in salute. Pertanto, il digiuno è diventato fin dalle civiltà più antiche una pratica codificata sia in senso puramente fisiologico, per guarire dalle malattie, sia in senso religioso per purificarsi ed entrare in contatto con il divino.

Nell’era moderna, la valenza fisiologica e spirituale del digiuno si è andata via via perdendo e ai nostri giorni la società contemporanea ha inculcato in noi il convincimento che digiunare sia qualcosa di terribile, di punitivo e addirittura improponibile. Nell’era dell’abbondanza di cibo, perlomeno nella nostra civiltà occidentale, l’astinenza dal cibo è decisamente poco popolare. Mentre per millenni il cibo ha garantito all’essere umano vita, forza e sviluppo, oggi il nostro modo moderno di alimentarci porta spesso a intossicazione e malattia. È noto a tutti, infatti, l’aumento esponenziale di malattie o quantomeno squilibri legati all’alimentazione, quali obesità, malattie cardiovascolari, diabete, celiachia, cancro. Sono le malattie della sovrabbondanza tipiche delle società ricche e sono ormai così diffuse e compenetrate che siamo arrivati a considerarle come una presenza normale e quasi inevitabile. Anche l’elaborazione industriale degli alimenti gioca un ruolo importante nella genesi di queste malattie.

Il digiuno in medicina

Il digiuno ha quindi le capacità di disintossicare l’organismo. Praticato fin dai tempi più remoti, il digiuno compare in tutte le grandi Religioni, dal Cristianesimo alll’Islamismo, dal Buddismo al Giudaismo, come mezzo di purificazione. In seguito, con l’evoluzione del concetto di malattia, come squilibrio interno del corpo, la pratica del digiuno entra a far parte della medicina antica da Ippocrate a Galeno fino alla Scuola Salernitana e a Santa Ildegarda da Bingen come uno strumento potentissimo per ristabilire l’equilibrio interno e promuovere la guarigione.

Messo da parte come pratica terapeutica nel corso dei secoli in seguito ai progressi scientifici in campo chimico, il digiuno è stato riscoperto e ha iniziato ad acquisire valenza medico scientifica nell’800. Il primo scienziato che ha studiato a fondo il digiuno con un taglio scientifico moderno è stato il fisiologo francese Chossat, il quale effettuò degli esperimenti di digiuno prolungato sui piccioni. Fu lui il primo a dimostrare che, durante un digiuno estremo, vengono usati per fornire materiale energetico necessario alla sopravvivenza i tessuti meno importanti e che gli organi vitali, come cuore e cervello, presentano una perdita di peso minima per il tempo più lungo possibile. Esiste infatti nell’organismo un controllo superiore che salvaguarda gli organi più nobili.

Il primo scienziato che studiò il digiuno umano, fu invece un italiano: il fisiologo, famosissimo ai suoi tempi, Luigi Luciani dell’università di Firenze. Egli osservò scrupolosamente per 30 giorni un volontario, un certo Giovanni Succi, che già in precedenza si era sottoposto a digiuni volontari prolungati, e pubblicò i risultati in un famoso libro del 1889 “Fisiologia del Digiuno”. Luciani descrisse scrupolosamente cosa accade a livello dell’apparato digerente, del polso e della pressione arteriosa, dei reni, della respirazione, della temperatura corporea e ovviamente della perdita di peso. La conclusione più importante a cui giunse Luciani fu che durante il digiuno un soggetto in buona salute conserva il proprio equilibrio fisiologico e la propria integrità psicofisica.

Queste osservazioni preliminari furono in seguito confermate da altri studi e, più recentemente, sono stati eseguiti studi più approfonditi per chiarire l’effetto del digiuno a livello biochimico e cellulare.

Pertanto, pur nell’attuale società del benessere la pratica del digiuno può rappresentare una scelta importante per riprendere il controllo del proprio corpo che la più comoda abitudine di ricorrere ai farmaci ha di fatto rimosso dalla nostra memoria antica. Il digiuno, quindi non serve per perdere peso, ma piuttosto per ridurre i fattori di rischio di malattie metaboliche, cardiovascolari e finanche oncologiche e quindi, in ultima analisi, il digiuno serve per aumentare l’aspettativa di vita. La persona che digiuna riprende per mano la propria salute e riscopre le potenzialità di auto-guarigione di cui l’organismo è dotato.

A cura di Claudio Molinari

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato sul settimanale diocesano L’Azione di Novara.
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