Riferimento bibliografico

Zhang Y, Liu Y, Li Y, Li Y, Gu X, Kang JH, Eliassen AH, Wang M, Rimm EB, Willett WC, Hu FB, Stampfer MJ, Wang DD. Coffee and Tea Intake, Dementia Risk, and Cognitive Function. JAMA. 2026 Feb 9:e2527259. doi: 10.1001/jama.2025.27259. Epub ahead of print. PMID: 41661604; PMCID: PMC12887839.

In sintesi

Lo studio analizza la relazione tra consumo di caffè, tè e salute cognitiva nel lungo periodo. Viene riportata in modo esplicito la differenza di valutazione tra caffè caffeinato e decaffeinato. Utilizzando i dati di due grandi coorti statunitensi seguite per 43 anni, gli autori osservano che un consumo più elevato di caffè caffeinato e tè  può essere associato a un minor rischio di demenza e a un profilo più favorevole di declino cognitivo, sia percepito dai partecipanti sia misurato con test neuropsicologici, dove disponibili.
È importante segnalare, però, un dato centrale che riguarda la dose: le associazioni più marcate non emergono in relazione a consumi più alti, ma a livelli moderati, pari a circa 2–3 tazze al giorno di caffè caffeinato, oppure 1–2 tazze al giorno di tè. Al contrario, il caffè decaffeinato non mostra un’associazione protettiva con il rischio di demenza

Nel complesso, i risultati suggeriscono che l’effetto favorevole osservato sia legato soprattutto alle bevande contenenti caffeina e che esista una “finestra” di consumo in cui il beneficio potenziale appare più evidente.

Il contesto e il punto di partenza

La demenza rappresenta una delle principali sfide sanitarie legate all’invecchiamento della popolazione, con un impatto crescente in termini di disabilità, perdita di autonomia e costi sociali. In assenza di terapie risolutive, l’attenzione della ricerca si è progressivamente spostata verso l’identificazione di fattori modificabili che possano contribuire alla prevenzione o al ritardo dell’esordio del declino cognitivo. 

Tra questi, le abitudini alimentari e lo stile di vita occupano un ruolo centrale.

Il consumo di caffè e tè è diffuso a livello globale e rappresenta una delle esposizioni dietetiche più comuni nella popolazione adulta e anziana. Studi precedenti hanno suggerito una possibile associazione tra queste bevande e una migliore salute cardiovascolare e metabolica, fattori a loro volta correlati al rischio di demenza. Tuttavia, le evidenze disponibili sulla relazione diretta tra consumo di caffè o tè e declino cognitivo sono risultate eterogenee, anche per la difficoltà di distinguere tra caffè caffeinato e decaffeinato e per la limitata durata del follow-up in molti studi.

Da qui nasce l’esigenza di valutare, in coorti di grandi dimensioni e con un lungo periodo di osservazione, se e in quale misura il consumo abituale di caffè e tè sia associato al rischio di sviluppare demenza e a traiettorie di declino cognitivo nel tempo.

Le caratteristiche dello studio

Questa pillola si basa su uno studio osservazionale prospettico condotto all’interno di due ampie coorti statunitensi, seguite per un periodo di 43 anni. Sono stati inclusi oltre 200.000 partecipanti, inizialmente non affetti da demenza, con raccolta periodica di informazioni su dieta, stile di vita e condizioni cliniche. 

Il consumo di caffè (caffeinato e decaffeinato) e tè è stato valutato tramite questionari alimentari validati, aggiornati nel tempo. Gli autori hanno analizzato sia l’incidenza di demenza durante il follow-up, sia indicatori di declino cognitivo, distinguendo tra declino soggettivo (percepito dai partecipanti) e, quando disponibili, misurazioni oggettive tramite test neuropsicologici.

Le analisi statistiche hanno tenuto conto di numerosi fattori potenzialmente confondenti, tra cui età, sesso, livello di istruzione, abitudine al fumo, attività fisica, indice di massa corporea, comorbidità e altre abitudini alimentari. L’obiettivo era valutare l’associazione tra diversi livelli di consumo delle bevande e rischio di demenza, esplorando anche l’eventuale presenza di una relazione non lineare, cioè di un possibile intervallo di consumo associato al massimo beneficio.

I risultati ottenuti

Durante il lungo periodo di osservazione, è emersa un’associazione tra consumo di bevande contenenti caffeina e rischio di demenza. In particolare, i partecipanti che riferivano un consumo moderato di caffè caffeinato (circa 2–3 tazze al giorno) mostravano un rischio inferiore di sviluppare demenza rispetto ai non consumatori o ai consumatori molto bassi. Un’associazione simile, seppur con quantitativi inferiori, è stata osservata per il tè, con il profilo più favorevole intorno a 1–2 tazze al giorno. 

L’analisi suggerisce una relazione non lineare: il beneficio non aumenta progressivamente con quantità sempre maggiori, ma sembra concentrarsi in un intervallo di consumo moderato. Al contrario, il caffè decaffeinato non è risultato associato a una riduzione significativa del rischio di demenza.

Per quanto riguarda il declino cognitivo, un maggiore consumo di caffè caffeinato e tè è stato associato a un rischio inferiore di declino cognitivo soggettivo nel tempo. Questi risultati rafforzano l’ipotesi che i composti presenti nelle bevande contenenti caffeina possano avere un ruolo nella protezione delle funzioni cognitive.

I limiti dello studio 

Nonostante la numerosità del campione e la lunga durata del follow-up, alcuni limiti devono essere considerati. In primo luogo, si tratta di uno studio osservazionale: le associazioni riscontrate non permettono di stabilire un rapporto di causalità tra consumo di caffè o tè e riduzione del rischio di demenza. È possibile che altri fattori legati allo stile di vita o allo stato di salute generale dei partecipanti abbiano contribuito ai risultati osservati. 

Inoltre, il consumo di bevande è stato rilevato tramite questionari autosomministrati, con il rischio di errori di memoria o di falsificazione dell’esposizione. Anche la diagnosi di demenza, pur basata su criteri validati, può essere soggetta a sottostima, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia.

Infine, la popolazione studiata era composta prevalentemente da professionisti sanitari statunitensi, con un livello di istruzione medio-alto. Questo può limitare la generalizzabilità dei risultati ad altre popolazioni con caratteristiche socio-demografiche differenti.

Quali le novità e le prospettive

La novità principale dello studio è l’analisi su larga scala e con un follow-up molto prolungato, che distingue chiaramente tra caffè caffeinato e decaffeinato e identifica un intervallo di consumo moderato associato a un minor rischio di demenza. I risultati suggeriscono che non sia la semplice abitudine al caffè in sé, ma in particolare il consumo di bevande contenenti caffeina, a essere associato a un profilo cognitivo più favorevole nel tempo. In prospettiva, sarà importante chiarire i meccanismi biologici alla base di queste associazioni e verificare i risultati in popolazioni più eterogenee. Comprendere meglio il ruolo di fattori modificabili, come le abitudini alimentari quotidiane, potrebbe contribuire a strategie di prevenzione del declino cognitivo integrate in un più ampio approccio di promozione dell’invecchiamento sano.

 

A cura di Cristian Vairo




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