Quarto appuntamento con le interviste tratte dal webinar “Ricerca ed aging ai tempi del coronavirus: esperienze a confronto” , organizzato dai dipartimenti della Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale DIMET e DISS.
In questa sessione incentrata sulla tematica dei test sierologici il dottor Silvio Borrè, Direttore della sezione Malattie Infettive ASL di Vercelli, è stato intervistato dalla professoressa Marisa Gariglio, virologa e docente di Microbiologia presso la Scuola di Medicina – Università degli Studi del Piemonte Orientale (UPO) sede di Novara.

Marisa Gariglio (MG) I test sierologici attualmente disponibili nella gestione del paziente infettato da SARS-CoV-2 sono davvero utili? Quali differenze tra un utilizzo da un punto di vista clinico-diagnostico, in fase acuta, e per capire se si è sviluppata una immunità di popolazione?

Silvio Borrè (SB) Come prima risposta, a pelle, direi che dal punto di vista clinico il test sierologico è quasi inutile. Potrebbe essere utilizzato in pazienti con quadro clinico incerto, con polmonite e tampone negativo: in questo caso, infatti, il test sierologico potrebbe risultare utile per la diagnosi di COVID-19.
I test sierologici attualmente disponibili sono invece utili e importanti per indagini di tipo epidemiologico per verificare quanto davvero è circolato il virus nella popolazione.
Spesso i test hanno prestazioni variabili tra loro, come chiaramente emerso da studi epidemiologici condotti in collaborazione con il professor Fabrizio Faggiano, epidemiologo della Scuola di Medicina-UPO. Alcuni test si basano infatti sul riconoscimento della proteina di superficie Spike del SARS-CoV-2 – la proteina con cui il virus “si attacca” alla membrana cellulare della cellula bersaglio – e altri sul riconoscimento della nucleoproteina; altri test mirerebbero a distinguere la presenza di immunoglobuline M (IgM) e immunoglobuline G (IgG), come è stato fatto in uno studio a Borgosesia, che ha ribadito come il riconoscimento delle IgM sia poco specifico portando dal punto di vista diagnostico a identificare molti falsi positivi. Questo chiaramente condiziona la sensibilità e specificità dei test commerciali utilizzati.
La sierologia, inoltre, ha dimostrato che la risposta immunitaria è molto variabile, dato assodato e verificato anche nello studio epidemiologico della regione Piemonte, dove si è vista una netta correlazione tra risposta immunitaria e gravità della manifestazione clinica nel paziente. Pazienti con polmoniti gravi hanno sviluppato un livello di anticorpi di IgG molto alto, mentre altri con sintomatologia sfumata erano ai limiti della risposta sierologica, praticamente negativi.
I test sierologici potrebbero essere utili per identificare il potenziale donatore di plasma per la plasmaterapia, ma per la selezione del donatore migliore servirebbe sviluppare test che identifichino gli anticorpi realmente neutralizzanti.
Sulla base di esperienze personali, ritengo che i pazienti trattati con plasmaterapia abbiano risolto rapidamente la problematica polmonare, ma allo stesso tempo non abbiano sviluppato una propria risposta immunitaria, richiamando la necessità da parte della sierologia di rispondere ancora a molte domande.

MG Mi trovo in perfetto accordo: la sierologia condotta con i test attualmente disponibili presenta limiti e a oggi non esiste alcun test che dimostri lo stato d’immunità, inteso come resistenza dell’individuo a un’eventuale seconda esposizione al virus SARS-CoV-2. Non solo non abbiamo i test in grado di identificarla, ma non sappiamo se chi si ammala sviluppi anticorpi capaci di proteggere da infezioni successive e per quanto tempo duri questa protezione. Il SARS-CoV-1, che ha determinato la precedente epidemia di SARS nel 2003, ha indotto nei pazienti infettati guariti una risposta anticorpale di breve durata.
Considerando questi dati, è chiaro che devono assolutamente essere condotte indagini finalizzate a capire l’efficacia della risposta immunitaria in termini di protezione/neutralizzazione dell’infezione e soprattutto valutare la sua durata nel tempo.

Una nota positiva: in una recente pubblicazione molto rilevante per la comunità scientifica mondiale apparsa sulla prestigiosa rivista scientifica Cell, Host and Microbe, gli autori dimostrano di aver sviluppato test di neutralizzazione (NTA) utilizzando la proteina di superficie del SARS-CoV-2 Spike inserita all’interno di virus innocui come il Vesicular Stomatitis Virus (VSV). Questo virus così generato permetterà quindi di eseguire test accurati, i cosiddetti test di neutralizzazione, che permettono di stabilire la presenza negli individui di anticorpi in grado di neutralizzare e quindi prevenire l’infezione virale; tutto questo senza usare il virus selvaggio che chiaramente comporta una serie di difficoltà tecniche legate alla sua pericolosità.

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