Con Everyman, Philip Roth scrive un romanzo che si dice comunemente dedicato alla vecchiaia, ma che è soprattutto un lungo viaggio nella memoria attraverso il corpo, sano e malato. Definirlo semplicemente un libro sulla terza età sarebbe riduttivo. È vero: il protagonista è anziano, soprattutto nella parte finale del romanzo, ma Roth costruisce l’intera narrazione attorno al corpo, trasformandolo in una sorta di archivio della vita.
Pubblicato nel 2006, Everyman prende il titolo anche dalla gioielleria del padre del protagonista, la Everyman’s Jewelry Store, la “gioielleria di tutti”. Ma il nome evoca inevitabilmente anche l’antica “moralità allegorica” inglese (di origine olandese) The Summoning of Everyman, composta alla fine del Quattrocento. In quel testo, Everyman, che significa letteralmente “ogni uomo” (l’uomo qualunque), rappresenta l’essere umano chiamato improvvisamente dalla Morte a rendere conto della propria vita davanti a Dio. Non un individuo particolare, dunque, ma ciascuno di noi posto di fronte all’incertezza del destino, ma alla certezza della morte. Roth riprende questa universalità, trasferendola in un mondo radicalmente secolarizzato. Il suo Everyman è un bilancio dell’esistenza costruito attraverso la successione delle malattie, dei ricoveri e degli interventi chirurgici di un pubblicitario di successo di cui, significativamente, non conosceremo mai il nome.
Dall’ernia dell’infanzia fino ai problemi cardiovascolari della vecchiaia, ogni cedimento del corpo diventa una soglia attraverso la quale riaffiora il passato. Tornano il padre e la sua gioielleria; la prima moglie; i figli maschi, che non hanno mai superato il rancore nei suoi confronti; i tre matrimoni falliti; le relazioni amorose extraconiugali; e soprattutto il fratello maggiore Howie, amato e ammirato per tutta la vita. Un sentimento che, con l’avanzare degli anni, finisce però per contaminarsi di un’invidia aspra: Howie continua a essere sano, energico, vitale, proprio mentre il protagonista sperimenta sempre più dolorosamente la fragilità del proprio corpo. Rimane poi Nancy, la figlia che, nonostante tutto, continua ad ammirarlo, anche nella sua tardiva passione per la pittura, coltivata dopo il pensionamento, attività ricreativa che sembra riaccenderlo tanto da iniziare un corso di pittura, ma che poi, di fronte alla morte della sua allieva più promettente, non riesce a proseguire.
“Tutti questi ricoveri ospedalieri lo avevano decisamente trasformato in un uomo più solitario e meno sicuro di sé di quanto fosse stato durante il suo primo anno da pensionato. Anche la pace e la tranquillità che tanto amava erano diventate, in apparenza, una forma di reclusione alla quale sembrava essersi condannato da solo, mentre cominciava ad ossessionarlo la sensazione di essere quasi alla fine”. (p. 56).
«Once upon a time I was a full human being»: un tempo ero un essere umano completo. È forse in questa frase che Roth condensa una delle intuizioni più dolorose del libro: la percezione della progressiva perdita di integrità che accompagna l’invecchiamento e la malattia. Ma Everyman si allontana dai luoghi comuni del romanzo sulla vecchiaia. L’età avanzata non è semplicemente il tema della storia: è la lente attraverso cui diventa possibile rileggere tutto ciò che è stato. La vecchiaia assume quasi la funzione di un punto di osservazione metafisico, dal quale il protagonista tenta di risignificare la propria esistenza e, insieme, quella delle persone che l’hanno attraversata.
Il corpo malato, improvvisamente fragile e segnato da una patologia cronica, lo costringe infatti a confrontarsi con ciò che ha costruito e con ciò che ha distrutto nelle relazioni con gli altri: mogli, figli, fratelli, amanti, amici, colleghi. La malattia non riguarda mai soltanto il corpo. Modifica lo sguardo su di sé e sugli altri, riporta in superficie rimorsi e fallimenti, altera la percezione del tempo rimasto. Molto incisive, in questo senso, sono alcune delle pagine finali, quando il protagonista riprende contatto telefonicamente con persone legate al proprio passato: la vedova del suo ex capo e un antico collaboratore gravemente malato. In quei dialoghi sembra emergere la necessità, ormai urgente, di ristabilire un legame con gli altri proprio nel momento in cui la vita tende invece a restringersi e la solitudine diventa sempre più profonda. Sono dialoghi intrisi di bugie reciproche, verità non dette, ma al contempo piene di affetto e nostalgia.
Roth osserva questo processo con la consueta lucidità, talvolta impietosa, ma non priva di ironia. Il deterioramento fisico porta alla luce successi, fallimenti, desideri e colpe che si credevano definitivamente archiviati. E soprattutto mostra come la solitudine della vecchiaia non sia sempre soltanto una conseguenza naturale degli anni che passano: può essere anche il risultato, sedimentato nel tempo, delle scelte di un’intera esistenza.
Per questo Everyman è un romanzo capace di parlare ben oltre la vecchiaia. La malattia rappresenta un evento biografico, interrompe la continuità con cui immaginiamo noi stessi, ci costringe a rileggere ciò che siamo stati e ci pone davanti alla domanda, forse ancora più inquietante, su chi vorremmo riuscire a essere nel tempo che resta e nello sguardo delle persone che ci circondano.
Scheda del libro “Everyman”
- Autore: Philip Roth
- Editore: Einaudi
- Pagine: 123
