La sindrome del tramonto (spesso indicata con il termine anglosassone sundowning syndrome) è un disturbo neurocomportamentale complesso e multifattoriale caratterizzato da un insieme di segni e sintomi passeggeri che tendono a manifestarsi nelle ore serali in soggetti con declino cognitivo (soprattutto quelli affetti da malattia di Alzheimer ma anche in altre forme di demenza). La prevalenza è molto variabile (dal 2,5% all’85%) e ciò può essere giustificato dall’assenza di criteri specifici per la definizione di questa condizione. Il primo a descriverla fu il dottor D. Ewen Cameron, che nel 1941 la definì “delirio senile notturno”, riassumendo così le tre caratteristiche principali di questo fenomeno: alterazione comportamentale, comparsa in età avanzata in associazione a un decadimento cognitivo e relazione con un periodo della giornata in cui l’intensità della luce cala (tramonto, crepuscolo o notte).

 

Segni e sintomi 

La sindrome del tramonto è definita sindrome proprio perché non è abbinata ad un segno o sintomo specifico ma è caratterizzata da un insieme di manifestazioni che possono variare da soggetto a soggetto. Si presenta con la comparsa o il peggioramento di alcuni segni e sintomi che spesso già si associano alla condizione di declino cognitivo, ma che vengono esacerbati al tramontare del sole: confusione, disorientamento, spesso abbinato a comportamenti motori aberranti come il wandering (vagabondaggio senza meta), sbalzi d’umore, irritabilità fino all’aggressività, ansia e agitazione, allucinazioni visive e/o uditive, oppure, all’estremo opposto, apatia, ovvero assenza di reazione in uno stato di completa indifferenza.

 

Eziopatogenesi

Sicuramente questa sindrome è favorita, oltre che dal buio e dall’ombra, da alcuni fattori fisici o ambientali come affaticamento (del corpo o della mente) o, al contrario, eccessiva stimolazione e stress, fame o sete, farmaci, dolore, infezioni, ambienti o situazioni poco familiari, deficit uditivi e/o visivi.  Tuttavia, attualmente le cause non sono ancora note, anche se la letteratura scientifica sul tema ha formulato diverse ipotesi. La più accreditata riguarda la riduzione dei livelli di melatonina, l’ormone che regola il nostro ciclo sonno-veglia, prodotto dalla ghiandola pineale o epifisi (una ghiandola a forma di pigna dalle dimensioni di un pisello situata al centro del cervello) in condizioni di buio e con effetti sul nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo (altra struttura posizionata nelle aree più profonde del cervello), il nostro “orologio biologico”. Il calo dei livelli circolanti di melatonina è un fenomeno che si verifica già fisiologicamente con l’avanzare dell’età, ma che è particolarmente accentuato in caso di declino cognitivo, condizione patologica che si associa spesso anche a un danno strutturale e funzionale del nucleo soprachiasmatico. Dal momento che i circuiti neuronali coinvolti nella regolazione del ritmo sonno-veglia sono strettamente correlati a quelli responsabili del comportamento emotivo, la loro alterazione spiegherebbe i disturbi comportamentali che compaiono a partire dal tardo pomeriggio, quando, con meno luce, la melatonina non aumenta come dovrebbe o non è in grado di stimolare adeguatamente il nucleo ipotalamico danneggiato. Nei soggetti con malattia di Alzheimer un ulteriore fattore predisponente sembra essere la presenza dell’allele ε4 del gene APOE (apolipoproteina E), già associato a un maggiore rischio di sviluppare questa patologia ad esordio tardivo.

 

Trattamento della sindrome del tramonto

La mancanza di certezze sulle cause della sindrome del tramonto ne impedisce un trattamento specifico. Le strategie per la gestione di questo fenomeno, che può risultare frustrante non solo per il malato ma anche per il caregiver, si limitano quindi a ricreare le migliori condizioni per prevenirlo o attenuarne le manifestazioni, ad esempio:

  • pianificare una routine quotidiana sempre uguale, senza variazioni inaspettate (orari dei pasti regolari, sveglia e momenti di riposo sempre alla stessa ora);
  • promuovere un’attività fisica moderata (brevi passeggiate) durante la giornata;
  • limitare il consumo di caffeina e riservarlo alle ore mattutine;
  • evitare i rumori;
  • accendere una luce al calar della sera;
  • ricreare un ambiente familiare intorno al paziente (oggetti personali noti, fotografie).

Tra i trattamenti farmacologici, la prima scelta ricade sulla supplementazione di melatonina proprio per il fatto che la sua riduzione è annoverata tra le cause principali di questa sindrome. 

Per una gestione puramente sintomatologica, invece, si utilizzano benzodiazepine e alcuni antidepressivi e/o antipsicotici, che però, come effetto collaterale, possono aumentare il rischio di agitazione notturna e di cadute in pazienti già fragili. 

 

A cura di Chiara Puricelli

 

Riferimenti bibliografici


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