Prima di cominciare, una premessa doverosa: a chi scrive questa recensione il libro non è piaciuto granché. L’ho letto fino in fondo perché era la lettura estiva scelta dal book club al quale partecipo, un gruppo di amiche con cui condivido la passione per i libri ma, per fortuna, non sempre gli stessi gusti.
Parto da questa confessione perché credo sia onesto, e anche un po’ rincuorante, parlare dei libri che non ci hanno convinto. Non tutte le letture devono trasformarsi in un colpo di fulmine per meritare qualche riga. Ciononostante I convitati di pietra, pur non avendomi lasciato molto come storia in sé, mi ha fatto riflettere sul modo in cui guardiamo alla morte quando siamo giovani e sul senso stesso del leggere.
Quindi, cominciamo.
La trama, in breve
I convitati di pietra (Einaudi, 2025) è il romanzo con cui Michele Mari, scrittore e docente milanese classe 1955, ha vinto l’ottantesima edizione del Premio Strega, dopo essersi aggiudicato anche lo Strega Giovani. È un’accoppiata che da sola basta a circondare il libro di una certa aura, e a creare aspettative piuttosto alte.
Siamo a Milano. Gli studenti della III A di un liceo classico hanno superato la maturità e, come spesso accade in quel momento sospeso tra la fine della scuola e l’inizio di tutto il resto, promettono di non perdersi di vista. Decidono quindi che ogni anno, nella stessa data e nello stesso ristorante, si rivedranno per una cena di classe. Fino a qui niente di strano, se non fosse per il fatto che il patto prevede che ciascuno verserà una quota annuale in un fondo comune, che verrà investito e crescerà nel tempo. Quel piccolo tesoro, però, andrà soltanto agli ultimi tre sopravvissuti.
Nato quasi come uno scherzo goliardico, il patto accompagna i protagonisti per tutta la vita. Cena dopo cena, il capitale aumenta e le sedie vuote si moltiplicano. L’amicizia degli inizi lascia spazio a invidie e rancori e i vecchi compagni diventano concorrenti di una gara singolare, in cui perde chi muore e vince chi resiste, tra acciacchi e segni del tempo che nessuno può evitare.
I Convitati di Pietra: un titolo che viene da lontano
Vale la pena soffermarsi sul titolo, che non è affatto casuale. Il “convitato di pietra” è una delle figure più celebri della letteratura europea. Viene dal mito di Don Giovanni, nato nel Seicento con il dramma di Tirso de Molina e reso immortale da Molière e dal Don Giovanni di Mozart. È la statua del Commendatore, ucciso dal libertino, che Don Giovanni invita a cena per scherno e che invece si presenta davvero, per trascinarlo all’inferno. È la morte che siede a tavola con i vivi e presenta il conto.
Mari prende questa immagine e la moltiplica. I suoi Convitati di pietra sono tanti e sono i compagni che pur andandosene continuano a occupare idealmente il loro posto alla tavola della cena annuale. Ma, a ben guardare, sono “di pietra” anche i vivi, bloccati in una giovinezza che non vogliono lasciare andare.
La morte come beffa
La cosa più interessante che fa Mari è prendere l’idea della morte e giocarci. Per dei ragazzi appena usciti dal liceo la morte è un’eventualità lontana, quasi astratta, e proprio per questo può diventare oggetto di scherzo.
Inoltre, il meccanismo del patto toglie individualità alla morte. Non si pensa più alla propria fine, né alla fine in generale, ma solo a quella degli altri, in chiave competitiva. Col passare degli anni l’idea della morte cambia ancora forma. Da beffa giovanile diventa un destino macabro riservato soltanto ai perdenti.
C’è un passaggio del romanzo che lo spiega benissimo:
“Vincolandosi a quel disegno, si erano messi nella condizione di non poter più pensare alla morte in sé, alla morte in assoluto, né tantomeno alla propria, con quanto di struggente e di drammatico e di alto questo pensiero comporta, ma solo alla morte in relazione agli altri, in un contesto relativo e agonistico che privava il fatal trapasso della sua terribile sublimità per farne una questione meschina e dispettosa, all’insegna di un flagrante e riprovevole cattivo gusto”.
Invecchiare come vittoria
Se la morte è una beffa, invecchiare è una vittoria. Mari, infatti, ribalta completamente la narrazione della vecchiaia da cui fuggire perché nel mondo dei Convitati invecchiare diventa l’obiettivo. Ogni ruga e ogni acciacco sono la prova che si è ancora in gara. Ogni anno in più è un anno guadagnato.
È un paradosso comico, certo, ma leggendo mi ha ricordato che invecchiare è un privilegio che non tutti hanno.
Cosa mi è piaciuto e cosa no
L’idea di Mari è senza dubbio geniale. Prende un gruppo numeroso di personaggi, diversi tra loro per storie e caratteri, li fa incontrare e poi li mette di fronte alle loro coscienze. Ne escono poco meno di duecento pagine satiriche sulla morte e sui rapporti umani.
Cos’è allora che non mi ha convinto? Innanzitutto ho fatto molta fatica a tenere a mente nomi e personalità dei tanti compagni della III A. Niente a che vedere con i quasi cinquecento personaggi che Tolstoj scomoda in Guerra e pace ma mi è bastato per perdere il filo del discorso più volte.
In secondo luogo, avrei voluto una maggiore evoluzione dei personaggi. Per buona parte del libro restano statici, impantanati nelle loro convinzioni e nelle loro manie, quasi congelati nella versione adolescente di sé stessi. Unita a una struttura che si ripete ciclicamente (un anno, una cena, un anno, un’altra cena), questa immobilità alla lunga rende la lettura un po’ pedante. Devo riconoscere, per onestà, che forse è proprio questo il punto. Il titolo parla di pietra, e i personaggi di Mari sono pietrificati ben prima di morire, prigionieri di un’adolescenza che rifiutano di far scadere. Resta il fatto che, da lettrice, ho sentito la mancanza di un vero movimento.
Infine, lo stile di Mari deve piacere. È ricercato, arzigogolato, fatto di periodi lunghi e di un lessico che sfoggia senza pudore la sua indubbia cultura. Per molti lettori questo è il suo grande fascino. Per altri, me compresa, è un punto a sfavore.
Cosa ho imparato da I convitati di pietra
Innanzitutto, il senso dei book club. Da quando ne faccio parte leggo libri che non avrei mai scelto da sola e scopro storie che non avrei conosciuto se non spinta da persone che, come dicevo all’inizio, hanno gusti diversi dai miei. Un libro letto insieme diventa una conversazione, a volte un acceso dibattito e spesso una scoperta.
A questo proposito, anche Aging Project ha il suo book club. Circa ogni tre mesi ci si ritrova per discutere di libri i cui protagonisti vedono il tempo scorrere sulla propria pelle accettandolo a volte e ribellandosi altre.
Ma questo romanzo mi ha ricordato anche un’altra cosa. Quando un libro diventa famoso, vince un premio importante o finisce in cima alle classifiche, sembra quasi obbligatorio farselo piacere. Dire “non mi ha convinto” può sembrare un’ammissione di scarsa sensibilità, o di scarsa cultura ed è come se la lettura diventasse una piccola prova da superare, e il giudizio positivo il segno di averla superata.
Io credo invece che esista un altro modo di stare dentro un libro, meno legato all’approvazione e più libero: leggere per il semplice piacere di leggere, anche quando la storia non ci conquista. Sono rimasta su quelle pagine non perché mi stessero appassionando davvero, ma perché mi piaceva il gesto in sé. Mi piaceva il tempo lento dei pomeriggi d’estate, il conforto di avere un libro tra le mani, la curiosità di arrivare in fondo e poterne discutere con le mie amiche. E mi piaceva anche la libertà di arrivare all’ultima pagina e dire, con serenità, “non fa per me”.
Non tutti i libri devono piacerci per lasciarci qualcosa. Alcuni ci lasciano semplicemente indifferenti e va bene così.

