Il tema dell’invecchiamento tocca molti ambiti disciplinari e può essere indagato sotto numerose prospettive: da quella della salute mentale e fisica, alla medicina preventiva fino alla sociologia e all’antropologia. Un aspetto che solitamente viene lasciato in secondo piano ma di grande importanza, è quello legato all’esperienza personale del percepirsi o non percepirsi vecchi. Infatti, oltre all’invecchiamento in senso cronologico esiste un invecchiamento soggettivo, legato a come la persona percepisce i propri anni in rapporto all’età anagrafica.
Questa differenza tra età anagrafica e soggettiva può da un lato portare alcune persone a sentirsi più vecchie rispetto all’età che hanno e, al contrario, altre a sentirsi più giovani di quanto effettivamente non siano. Questa discrepanza è oggi resa dalla dicotomia “invecchiamento soggettivo e invecchiamento cronologico”.
Quale invecchiamento?
L’invecchiamento soggettivo permette di considerare il lato più personale e sfuggente del fenomeno dell’invecchiamento, senza circoscriverlo a una determinata soglia d’età o a un insieme di patologie croniche.
Da un punto di vista prettamente soggettivo, infatti, l’invecchiamento si può considerare come un “oggetto di fronte al soggetto”: perdendo la possibilità di compiere determinate azioni (es. andare a correre o guidare la macchina), e divenendo obbligati a compierne altre (es. dover necessariamente prendere dei farmaci o farsi visitare dai medici con più regolarità) la persona che invecchia inizia a perdere la possibilità di “agire senza pensare”, di “dare per scontato”, e si trova inserita in una quotidianità non sempre in linea col proprio volere. Questa esperienza che potremmo chiamare di “perdita della trasparenza” non viene vissuta da tutti in maniera uguale né tantomeno si verifica rigidamente all’approcciarsi di una determinata soglia d’età.
Se è consuetudine considerare la vecchiaia come il periodo di vita dai 60/65 anni in poi, ciò non significa che le persone arrivate a quella età abbiano tutte la medesima sensazione di invecchiare. Questo aspetto obbliga a considerare l’invecchiamento come qualcosa di mobile e di soggettivo, riposizionandolo a un elemento di percezione soggettiva piuttosto che a un dato anagrafico.
Questo trova conferma negli studi condotti sugli effetti della percezione dell’invecchiamento sulla salute fisica e mentale: è riportato che le persone che si credono effettivamente vecchie tendono a invecchiare più velocemente e ad avere esiti di salute peggiori. Insieme all’autopercezione, gli stereotipi legati all’età – il cosiddetto ageismo – giocano un ruolo preponderante: è infatti provato come essi contribuiscano a un forte deterioramento della salute mentale e fisica della persona.
Tenendo ora a mente quanto la percezione di invecchiare e l’invecchiamento soggettivo siano fondamentali nell’invecchiamento in quanto tale, prendiamo ora in esame più da vicino il tema della percezione/autopercezione della vecchiaia e i sentimenti che questa può suscitare sia nell’osservatore che nell’osservato.
Al salotto Guermantes
Marcel Proust, nell’ultimo volume della Recherche, Il tempo ritrovato, ritornando molti anni dopo al salotto di Madame de Guermantes da lui frequentato in gioventù, vive sulla propria pelle il sentimento di essere invecchiato e, con esso, percepisce anche quello altrui. Riportiamo ora un breve estratto dal testo di Proust in cui Marcel, rivedendo dopo tanti anni il signor d’Argencourt, ex incaricato d’affari per conto della Legazione del Belgio a Parigi e uomo snob appartenente a una vecchia nobiltà reazionaria, ci racconta quanto segue:
Il mio nemico personale, il signor d’Argencourt […], s’era trasformato in un vecchio mendicante che non ispirava più nessun rispetto, quell’uomo la cui solennità, la cui austerità inamidata era ancora viva nella mia memoria; […] e non potevo più provare i sentimenti che m’aveva sempre ispirato il signor d’Argencourt davanti a quelle molle crisalide, più vibratile che capace di movimento. […] Ché la medesima difficoltà da me incontrata nell’apporre il nome conveniente sui vari volti, sembrava condivisa da tutte le persone che scorgevano il mio, o non badandovi, quasi non lo avessero mai conosciuto, o cercando di trattare dall’aspetto attuale un ricordo ben diverso (Proust 1978, 255-257).
È proprio sulla discrepanza tra il ricordo del signor d’Argencourt e il suo attuale aspetto che Marcel si rivolge poi a sé stesso, e lo fa, chiedendosi se proprio questo cambiamento che lui osserva sul signor d’Argencourt non sia lo stesso cambiamento che le altre persone osservano in lui. A cambiare, pertanto, non è solo l’aspetto fisico, ma, più in profondità, il sentimento che questo suscita nell’osservatore: proprio come Marcel non può più odiare il signor d’Argencourt a causa della sua vecchiaia, forse gli altri non possono più provare gli stessi sentimenti che Marcel suscitava loro in gioventù.
Il racconto di Proust conferma che l’idea di vecchiaia e invecchiamento (e con essi il sentimento che l’accompagna) è tanto un fenomeno soggettivo e personale, quando relazionale e sociale. In particolare, tramite il dualismo osservatore/osservato, Proust ci fa capire quanto l’esperienza dell’invecchiamento sia qualcosa di indiretto, vale a dire qualcosa di mediato dal reciproco rispecchiamento e immedesimazione.
La vecchia signora
È interessante notare come il sentimento di commiserazione vissuto da Marcel alla vista del Signor d’Argencourt, è lo stesso che Pirandello descrive nella sua opera L’umorismo. Qui, l’iniziale riso suscitato dalla vista di una signora “goffamente imbellettata” lascia poi spazio alla sola commiserazione:
Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata, e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima, giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovine di lei, ecco che io non posso più riderne come prima (Pirandello 1920, 124).
Qui, il lato tragico – altro volto del ridicolo pirandelliano –, è la lotta contro l’età che avanza al fine di non perdere ciò che la Vecchia Signora ha di caro. È impari battaglia, che, però, mette in risalto tutta la drammaticità presente nel tentativo di rimanere giovani, di arrestare i propri anni, quando, invecchiando, si rischia di perdere ciò che si ha di caro.
Valorizzare le esperienze personali
Abbiamo osservato come la percezione dell’invecchiamento proprio e altrui non sia qualcosa di statico ma, al contrario, come si fondi su elementi soggettivi e relazioni. Considerare questo aspetto come parte integrante del processo di invecchiamento consente di non incasellare il “diventar vecchi” in dimensioni esclusivamente sintomatiche e/o fisiche, riposizionando in primo piano l’elemento di esperienza vissuta dal singolo individuo. Di non poca importanza per la salute mentale e fisica, infatti, sono gli stereotipi sociali e i rapporti con le altre persone, elementi che, solitamente, non ricevono forse la dovuta attenzione e importanza.
Bibliografia
- Klausen, S. H. (2024). The phenomenology of aging: SH Klausen. Phenomenology and the cognitive sciences, 1-18.
- Kwak, S., Kim, H., Chey, J., & Youm, Y. (2018). Feeling how old I am: subjective age is associated with estimated brain age. Frontiers in aging neuroscience, 10, 168.
- Levy, B. (2009). Stereotype Embodiment: A Psychosocial Approach to Aging. Current directions in psychological science, 18(6), 332–336. https://doi.org/10.1111/j.1467-8721.2009.01662.x.
- Pirandello, L. (1920). L’umorismo, Battistelli Editore.
- Proust, M. (1978). Il tempo ritrovato, (G. Caproni trad.), Einaudi.

