Quando si legge un romanzo c’è un momento in cui ti sembra di aver smesso di leggere e di avere iniziato a vivere quella storia. Con “L’estate che ho ucciso mio nonno” di Giulia Lombezzi questa sensazione arriva dopo pochissime pagine e ti accompagna fino alla fine.

Il titolo è una promessa inquietante, dichiarata senza pudore fin dalla copertina, che prepara il lettore a qualcosa di sconvolgente. In effetti il romanzo mantiene la parola: è una storia sulla famiglia, sulla memoria e sul rancore, sull’invecchiamento, ma è anche e soprattutto una storia sulla rabbia di una ragazza che vede la propria vita cambiare senza essere stata consultata.

La trama di L’estate che ho ucciso mio nonno

La voce narrante è Alice, adolescente, figlia di Marta e nipote del nonno materno Andrea. È lei a condurci attraverso l’estate in questione, quella in cui il nonno, non più capace di badare a sé stesso, arriva a casa loro. Il nonno diventa una presenza ingombrante che da quel giorno ridefinisce la vita all’interno dell’appartamento. C’è l’enorme letto ortopedico che occupa uno spazio fisico e simbolico al tempo stesso. C’è il fumo delle sigarette fumate dal nonno che impregna ogni angolo, ogni tessuto e ogni respiro. C’è il nonno stesso, burbero e incapace di accettare i cambiamenti del proprio corpo.

Alice osserva tutto con gli occhi acuti e impietosi dell’adolescenza, e Lombezzi rende questa prospettiva con una scrittura straordinaria. Il linguaggio è giovane, immediato, capace di sintesi folgoranti. “Ha l’aria di uno a cui è stato fatto un torto assurdo”, dice Alice del nonno, e poi aggiunge: “ma questo credo valga per tanti vecchi.”

Andrea è un uomo che ha fatto la guerra, arruolato nella Legione Straniera francese, ha combattuto in Algeria, e leggendo non è difficile intuire come questo vissuto lo abbia condizionato, come la violenza che ha subito si sia trasformata in violenza esercitata. “Una volta gli piaceva raccontare”, ricorda Alice, “ma io non ascoltavo, ricordo solo i titoli. Quella volta della granata, quella volta del deserto.” Titoli senza storie associate… il destino di tante esperienze che non sono state trasmesse nel momento giusto.

Perché il nonno Andrea non è semplicemente un anziano di cui prendersi cura. È stato qualcosa di più oscuro: un padre padrone, un marito violento, fisicamente e psicologicamente, nei confronti di Marta e della nonna, ormai morta. Quando Alice viene a sapere di questo passato, per caso, come accade spesso con le verità di famiglia, qualcosa dentro di lei si rompe. Da quel momento il romanzo acquisisce una tensione ulteriore. Alice non è più soltanto una ragazza con un disagio: è una ragazza che pianifica una vendetta per la propria madre, per l’infanzia che le è stata sottratta.

Ed è qui che ho capito quanto Lombezzi sia una scrittrice di rara abilità. Perché a un certo punto del romanzo mi sono accorta che non stavo più semplicemente seguendo Alice nel suo percorso: stavo odiando anch’io il nonno. La scrittura era riuscita a farmi entrare nel punto di vista di un’adolescente con una tale precisione che i suoi sentimenti erano diventati i miei.

Il tema della solitudine

Il vero fulcro del romanzo non è la vendetta, ma la solitudine di Alice e la sua lenta esclusione da una madre sempre più assorbita dalla cura del nonno. “Ora mamma parla solo con nonno. O di nonno”, pensa. E ancora: “Mamma non è neanche tornata a chiedermi cosa volevo, non c’è più spazio per me qui.” La cura, nelle sue forme più totali, ha questo effetto collaterale che raramente viene messo a fuoco: prosciuga le energie affettive disponibili e lascia soli gli altri membri della famiglia che non sono malati e non meritano attenzione. “Voglio la mamma”, pensa Alice. “Voglio la mamma che avevo prima.”

Il tema della cura

La gestione della cura è uno dei temi che il romanzo affronta con maggiore lucidità. Marta si occupa del padre con una dedizione totale, come se il prendersi cura potesse riscattare il passato o sanare qualcosa che forse non è sanabile. La famiglia prova anche, a un certo punto, a lasciare il nonno in una RSA. La scena è descritta così: “una sequenza di musi attoniti si gira per vedere il nuovo arrivato. Alcuni hanno lo sguardo lucido, una linea retta che mi perfora. Altri sono retrocessi in un tempo privato, intenti in qualche gesto fantasma.” Ma Marta non regge. I sensi di colpa la riportano a casa con il padre dopo una sola notte. E si riparte, con il letto ortopedico, il fumo, le imprecazioni, l’incontinenza.

L’anziano uomo riserva alle donne della famiglia un trattamento che non riserverebbe mai agli uomini. Le sue nudità, le sue scoregge, i suoi gemiti sono condivisi senza ritegno con le donne che lo accudiscono. Solo il genero, quando compare, ottiene un diverso standard di presentabilità. “Noi donne ce le dobbiamo prendere tutte”, osserva Alice, “come i gemiti, come la merda, come la bava”.

Nel corso della storia si avvicendano anche diverse figure di badanti: una se ne va quasi subito, un’altra si rivela disonesta e viene cacciata, il terzo, un uomo, non è ben accetto dal nonno, ma rimane. Queste figure di passaggio contribuiscono a costruire una visione realistica del sistema di cura informale che tante famiglie sostengono, con tutte le sue precarietà e i suoi fallimenti.

Avevo preso questo libro convinta di leggere qualcosa sull’invecchiamento. Mi sbagliavo, o meglio: avevo ragione solo in parte. Perché questo è un romanzo sull’invecchiamento, ma è anche un romanzo sulla cura e su chi la cura la riceve senza averla meritata, su come le famiglie portano e sopportano il peso del passato. La scrittura di Lombezzi, con la sua alternanza tra il linguaggio giovane e immediato di Alice e i capitoli in cui il passato prende voce con un registro completamente diverso, tiene insieme tutto questo senza che nulla sembri forzato. Il finale non si svela, ma si può dire che vale la pena arrivare fino in fondo.

Scheda libro:

Titolo: L’estate che ho ucciso mio nonno

Autore: Giulia Lombezzi

Anno: 2025

Editore: Bollati Boringhieri

Pagine: 320

 

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