Riferimento bibliografico
Evaluating the Impact of Age on Prostate Cancer Overdiagnosis Using Long-Term Follow-Up From the CAP Randomised Trial https://doi.org/10.1002/ijc.70492
In sintesi
In Italia il tumore della prostata è il tumore più frequentemente diagnosticato nella popolazione maschile: rappresenta circa un quinto di tutte le nuove diagnosi oncologiche negli uomini (40.000-50.000 casi per anno).
Per cercare di individuarlo nelle fasi iniziali si utilizza un metodo di screening basato sul dosaggio del PSA (Prostate-Specific Antigen), un esame del sangue che misura una proteina prodotta dalla ghiandola prostatica.
Il PSA è un indicatore utile poiché, quando risulta elevato, può segnalare la presenza di alterazioni della prostata, incluso un possibile tumore in fase iniziale. Il PSA, tuttavia, non è marcatore tumore-specifico: può aumentare anche in condizioni come l’iperplasia prostatica benigna o in quadri infiammatori di prostatite. Proprio per questo il dosaggio del PSA viene utilizzato come primo passo di uno screening che, in caso di valori alterati, può portare ad approfondimenti diagnostici successivi. Questo approccio consente, almeno in teoria, di intercettare precocemente la malattia e di avviare eventuali trattamenti in una fase più favorevole della stessa.
Tuttavia, la questione è più complessa: è importante infatti ricordare che non tutti i tumori individuati attraverso lo screening avrebbero provocato sintomi o richiesto cure nel corso della vita della persona. Molti non avrebbero mai provocato problemi. Su questo tema si concentra un recente studio pubblicato nel 2026 sull’International Journal of Cancer, secondo cui, soprattutto nelle fasce di età più avanzate, la diagnosi precoce non comporta sempre un effettivo vantaggio clinico.
Il fenomeno della sovradiagnosi
Uno dei principali limiti dello screening per il tumore prostatico è proprio la sovradiagnosi, cioè l’individuazione di tumori che non avrebbero mai avuto conseguenze importanti sulla salute della persona. Il tumore della prostata, infatti, spesso cresce lentamente e può rimanere silente per anni; in alcuni casi la persona può morire per altre cause prima che la malattia diventi rilevante. Questo rende la diagnosi non clinicamente utile. Il problema non riguarda solo la diagnosi iniziale; ad essa possono seguire infatti una serie di accertamenti: controlli ripetuti, ulteriori esami e, talvolta, trattamenti che possono avere effetti importanti sulla qualità della vita, come incontinenza urinaria, disfunzione erettile, disturbi intestinali o ansia legata alla malattia.
Le caratteristiche dello studio
I ricercatori hanno analizzato i dati dello studio britannico CAP (Cluster Randomized Trial of PSA Testing for Prostate Cancer), uno dei più grandi studi mai condotti sullo screening del tumore prostatico. Complessivamente sono stati seguiti oltre 400.000 uomini per circa 15 anni. Una parte di questi è stata invitata attivamente a partecipare a un programma di screening, che prevedeva il dosaggio del PSA come primo passo: se il valore del PSA risultava elevato, venivano poi proposti ulteriori accertamenti, come visite specialistiche ed esami diagnostici più approfonditi, fino ad arrivare, quando necessario, alla biopsia prostatica per confermare o escludere la presenza di un tumore. La seconda parte, invece, ha seguito il percorso di assistenza sanitaria standard, nel quale il dosaggio del PSA veniva eseguito solo se il medico lo riteneva opportuno, ad esempio in presenza di sintomi, fattori di rischio o per altre indicazioni cliniche. L’obiettivo era capire quanti dei tumori individuati grazie allo screening rappresentassero casi di sovradiagnosi.
I risultati ottenuti
Il dato più rilevante emerso dallo studio riguarda il rapporto tra età e rischio di sovradiagnosi. Secondo le stime dei ricercatori, tra gli uomini che ricevono una diagnosi di tumore della prostata attraverso lo screening:
- a 50 anni circa 1 caso su 6 potrebbe rappresentare una sovradiagnosi;
- a 70 anni la quota sale a circa 1 caso su 3;
- a 80 anni supera 1 caso su 2.
In altre parole, con l’avanzare dell’età aumenta la probabilità che il tumore individuato non avrebbe mai causato sintomi né richiesto cure nel corso della vita. La spiegazione è legata principalmente all’aspettativa di vita. Come già detto, molti tumori della prostata crescono lentamente e possono impiegare anni prima di diventare clinicamente rilevanti. Un uomo di 50 anni ha maggiori probabilità di vivere abbastanza a lungo da sviluppare conseguenze legate alla malattia, mentre in un uomo di 80 anni aumenta la probabilità che altre patologie o il decesso per cause diverse si verifichino prima che il tumore dia segni di sé o richieda cure. Per questo motivo, la stessa diagnosi può avere un significato molto diverso a seconda dell’età in cui viene effettuata.
Pur rimanendo uno strumento utile per la diagnosi precoce, lo screening tende a offrire un rapporto tra benefici e rischi meno favorevole nelle fasce di età più avanzate, dove il rischio di sovradiagnosi aumenta sensibilmente.
Verso una prevenzione più personalizzata
II risultati dello studio rafforzano un principio sempre più importante nella medicina moderna: le decisioni di prevenzione dovrebbero essere personalizzate. La scelta di sottoporsi al dosaggio del PSA dovrebbe tenere conto non solo dell’età, ma anche dello stato di salute generale, della presenza di altre malattie, della storia familiare e delle preferenze individuali del paziente. Quando si parla di screening, infatti, l’obiettivo non è trovare il maggior numero possibile di tumori, ma identificare quelli che hanno maggiori probabilità di compromettere la salute e la qualità della vita della persona.
Cosa dicono le Linee Guida Europee
In accordo con questi risultati, le linee guida della European Association of Urology (EAU) non raccomandano lo screening di massa con il PSA per tutti gli uomini, ma invitano a valutare caso per caso. In generale, il test può essere preso in considerazione dai 50 anni, oppure già dai 45 in presenza di fattori di rischio (come familiarità per tumore prostatico). Quando viene avviato, il dosaggio del PSA viene di norma ripetuto con cadenza annuale, nell’ambito di un monitoraggio periodico. Sul versante opposto, lo screening viene sconsigliato quando l’aspettativa di vita è inferiore a 10–15 anni, perché in questi casi è poco probabile che un’eventuale diagnosi precoce porti benefici concreti.
A cura di Carlotta Palumbo e Luca Alberto Lovati
