Quinto appuntamento con le interviste tratte dal webinar “Ricerca ed aging ai tempi del coronavirus: esperienze a confronto” , organizzato dai dipartimenti della Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale DIMET e DISS.
In questa sessione la professoressa Monica Montopoli, farmacologa del Dipartimento di Scienze del Farmaco dell’Università di Padova ed Associated Investigator dell’Istituto di Medicina Molecolare del Veneto (VIMM), ha presentato i risultati del suo ultimo lavoro pubblicato sulla rivista Annals of Oncology, in cui mostra come i pazienti con cancro alla prostata che ricevono terapia androgeno soppressiva, sembrano parzialmente protetti dall’infezione da SARS-CoV-2.

 

Da dove nasce l’idea di questo studio?
L’idea nasce in collaborazione con il gruppo di ricerca dei professori Pagano ed Alimonti che da anni si occupano di cancro alla prostata. Questa patologia è caratterizzata da un aumento di espressione di TMPRSS2, una proteasi che non è solo direttamente correlata con l’aggressività del tumore stesso, ma che è anche fondamentale per l’ingresso di SARS-CoV-2 nelle cellule dell’ospite. Dal momento che TMPRSS2 è sotto lo stretto controllo del recettore androgenico, insieme alla regione Veneto e al registro tumori coordinato dal professor Rugge, abbiamo cercato di comprendere se i pazienti in trattamento con terapia anti-androgenica possano avere sintomi più lievi in risposta all’insorgenza di COVID o addirittura esserne protetti.

Quali risultati avete ottenuto?
I dati epidemiologici ottenuti il primo Aprile sembrerebbero confermare questa ipotesi: infatti, su 118 pazienti con tumore alla prostata positivi all’infezione di SARS-CoV-2, solo 4 ricevevano terapia di deprivazione androgenica. Questo tipo di terapia potrebbe quindi prevenire l’infezione.

Una domanda sorge quindi spontanea: è pensabile adottare questa terapia non solo per prevenire l’infezione, ma anche per attenuare i sintomi e velocizzare la guarigione ad infezione già avvenuta?
Attualmente sono in corso molteplici trials in cui diverse terapie anti-androgeniche vengono somministrate a pazienti già infetti; si tratta di studi condotti soprattutto negli Stati Uniti, uno dei Paesi tutt’ora più colpiti dall’infezione. Infatti, la terapia anti-androgenica, oltre a inibire l’entrata del virus nelle cellule, potrebbe modulare la risposta infiammatoria. Solo a studi conclusi saremo in grado di capire i possibili benefici portati da questa terapia: abbiamo ancora molto lavoro da fare per comprendere a pieno le potenzialità di questa terapia, ma che parte da risultati più che promettenti.

A cura di Tommaso Raiteri & Andrea Scircoli (Laboratorio di Nicoletta Filigheddu)

Photo by Ousa Chea on Unsplash

 

 

Articoli Correlati