Non c’è niente che sottolinei il passare degli anni come l’aspetto dei capelli. Se una capigliatura folta è sinonimo di salute e giovinezza, con l’invecchiamento i nostri capelli tendono a diventare grigi e a diminuire. In molti casi, poi, i capelli non si limitano a diminuire ma ci abbandonano proprio: è l’alopecia androgenetica, una tra le forme di calvizie più comuni. Talmente diffusa che più che una malattia si può considerare una condizione fisiologica, anche se spesso viene vissuta con grande disagio. Se non lo avete provato in prima persona, chiedetelo al vostro conoscente col cappello sempre calcato in testa, a nascondere la pelata. Oppure al vostro capo, al quale nessuno ha il coraggio di dire che si nota che ha un riporto.

Perché, dunque, cadono i capelli?

La “calvizie maschile”, che colpisce soprattutto i senior

L’alopecia androgenetica è tra le più diffuse. La chiamiamo calvizie maschile perché colpisce soprattutto gli uomini, progredendo con l’avanzare dell’età. Un terzo dei maschi caucasici ne soffre già a 30 anni, proporzione destinata ad aumentare fino alla metà dei cinquantenni e a 8 uomini su 10 tra gli over 70.

Gli uomini cominciano di solito a stempiarsi e a perdere capelli dal vertice della testa, mentre vengono risparmiate le zone laterali e la nuca. Questo conferisce alla capigliatura rimanente la classica forma a ferro di cavallo.
Il nome di questo tipo di calvizie ne suggerisce l’origine: una risposta anomala da parte dei bulbi dei capelli agli ormoni maschili, gli androgeni.

Queste sostanze vengono prodotte nelle ghiandole surrenali e nei testicoli a partire dalla pubertà. In generale il loro ruolo è di regolare lo sviluppo e il mantenimento dei caratteri sessuali secondari, come la crescita della peluria corporea e della barba. In particolare promuovono, quindi, la corretta crescita dei capelli regolando la durata della loro fase di allungamento (fase anagen).

Nelle zone interessate dalla calvizie, i follicoli dei capelli rispondono però agli androgeni in modo anomalo, iniziando un processo di miniaturizzazione che ne causa, infine, la caduta. Questo meccanismo dipende da una predisposizione genetica con una forte componente ereditaria. Gli uomini con padri calvi, infatti, soffrono di calvizie sei volte più degli altri.

Meccanismo dell’alopecia androgenetica

Uno dei più importanti ormoni maschili, il testosterone, viene convertito in diidrotestosterone (DHT) da parte di due diverse forme di un enzima chiamato 5-alfa-reduttasi. Una di queste forme è attiva attorno ai follicoli dei capelli e, negli individui affetti da calvizie androgenetica, è presente in maggior quantità, provvedendo un maggior apporto di diidrotestosterone.

Sui follicoli degli uomini affetti da calvizie, inoltre, c’è una maggior concentrazione di recettori del diidrotestosterone, molecole che interagiscono con il DHT per permettergli di esercitare il suo effetto.

Questi due aspetti, più DHT e una maggiore risposta dei follicoli alla sua presenza, amplificano negli uomini calvi l’effetto degli androgeni sulla fase di crescita del capello, che si riduce progressivamente portando alla caratteristica miniaturizzazione dei capelli e alla loro caduta.

La calvizie non colpisce solo gli uomini

L’alopecia androgenetica non colpisce, però, sempre e solo gli uomini: in rari casi interessa anche le donne, nelle quali i capelli si diradano in modo uniforme su tutta la testa, con un’entità minore e una progressione più lenta. Il momento più critico per la calvizie androgenetica femminile è la menopausa: se in età fertile le donne interessate sono solo una su dieci (generalmente sono più suscettibili le donne affette da iperandrogenismo, un’anormale produzione di androgeni che le porta a sviluppare alcune caratteristiche mascoline), a partire dalla menopausa la loro frequenza sale fino al 40% perché si esaurisce l’effetto protettivo degli ormoni femminili, gli estrogeni.

Nelle donne gravide si assiste a una maggior produzione di estrogeni che termina bruscamente con il parto.

Questa situazione è spesso associata con un’altra forma di calvizie che colpisce maggiormente le donne, il Telogen effluvium. Si tratta di una perdita eccessiva di capelli che avviene, anche in questo caso, in modo omogeneo e che si manifesta all’improvviso come risposta a grandi stress fisiologici, come perdite di peso improvvise. Per fortuna, a meno di svilupparlo in forma cronica, le probabilità di ricrescita completa dei capelli perduti sono abbastanza elevate.

Un cambiamento tragico?

La perdita dei capelli ha un forte impatto psicologico e sociale e può essere vissuta con gran disagio.
Oltre a simboleggiare giovinezza e salute, infatti, la nostra chioma ha per noi una forte valenza estetica, sia personale – ci definisce per il nostro modo di essere, pensiamo alle varie acconciature e a cosa possono dire dei nostri gusti – che pubblica.

Nell’”estetica dei ruoli” il normale invecchiamento dei capelli, che lentamente diventano grigi e si diradano, segna un passaggio di età e di saggezza che si acquisisce diventando anziani e quindi dà diritto a un certo ruolo nella società.
Quando “qualcosa va storto” – o almeno è così che lo sentiamo – con una perdita di capelli percepita eccessiva, prematura e “innaturale”, è quindi l’idea di noi stessi che ne risente. Viviamo la calvizie come un prematuro invecchiamento e, in un certo senso, un segno di declino che ci pone al di fuori dei canoni estetici che abbracciamo. Il rischio per noi è di perdere un po’ di autostima e di sentirci più insicuri del nostro inserimento sociale.

Dato che “l’unica cosa che ferma la caduta dei capelli è il pavimento” – al momento, almeno, non ci sono all’orizzonte cure per la calvizie – ci troviamo di fronte a un cambiamento irreversibile che ci lascia una sensazione di impotenza, di mancanza di controllo sulle nostre vite che può anche condurci all’ansia.

Di fronte a questi stati emotivi una reazione comune è il rifiuto: non accettare il cambiamento e, anzi, tentare di negarlo e nasconderlo. Tutti i tentativi di restaurare l’aspetto leso dalla perdita dei capelli – parrucchini, riporti, addirittura interventi chirurgici o utilizzo di farmaci anticaduta di efficacia dubbia o inesistente – possono essere letti in questo senso.
Un modo per rispondere a queste preoccupazioni potrebbe essere l’accettazione: abbracciare il cambiamento senza giudicarlo una condizione che ci toglie qualcosa di quello che siamo.

Fonti

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