Il 2 luglio si è svolto il webinar su Youtube, “Ricerca ed aging ai tempi del coronavirus: esperienze a confronto”, organizzato dai dipartimenti della Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale DIMET e DISS.
Il video integrale è disponibile su Youtube e le interviste del webinar saranno disponibili anche per la lettura su questo sito. Cominciamo oggi con l’intervista del professor Gianluca Aimaretti (Direttore Dipartimento di Medicina Traslazionale-DiMET, Università del Piemonte Orientale; Direttore SCDU Endocrinologia, AOU Maggiore della Carità di Novara) al professor Pier Paolo Sainaghi, Professore di Medicina Interna all’UPO, Responsabile Struttura Semplice di Reumatologia e Immunologia presso AOU Maggiore della Carità di Novara, Coordinatore del Progetto COVID-UPO.

Gianluca Aimaretti (GA) Durante l’emergenza COVID-19 come si è attrezzata l’UPO per gli studi clinici sul COVID-19?

Pier Paolo Sainaghi (PPS) Durante l’emergenza COVID-19 si è formato un team multidisciplinare di clinici che hanno affrontato sotto vari aspetti e competenze la malattia da COVID-19. Trasportando tale approccio multidisciplinare e inclusivo alla ricerca, abbiamo creato un sistema comune di raccolta di dati clinici al servizio dei ricercatori dell’UPO che volessero effettuare studi sulla malattia COVID-19. Abbiamo coinvolto i clinici della Scuola di Medicina dell’UPO (DIMet – DISS), i medici specializzandi delle Scuole di Specializzazione mediche UPO, i Responsabili di Struttura Ospedaliera e molti dei medici ospedalieri coinvolti nella cura dei pazienti affetti da COVID-19 dei tre Ospedali ove opera l’UPO, ovvero l’Azienda Ospedaliero-Universitaria “Maggiore della Carità” di Novara, Il Presidio Ospedaliero S. Andrea di Vercelli dell’ASL VC e l’Azienda Ospedaliera Nazionale SS Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria.
Inoltre abbiamo organizzato un sistema di raccolta dati comune su cui sono stati inseriti i dati retrospettivi clinici, di laboratorio e strumentali dei pazienti che sono stati curati per malattia di COVID-19. Le analisi di questo database hanno prodotto studi scientifici e ne produrranno altri in futuro. In particolare abbiamo recentemente proposto per la pubblicazione un primo lavoro riguardante la valutazione di fattori che predispongono a un’evoluzione sfavorevole nella malattia di COVID-19. Partendo da dati provenienti da quasi 1.700 pazienti ricoverati presso i tre ospedali piemontesi, abbiamo avuto conferma che l’età rappresenta uno dei fattori predisponenti un’evoluzione peggiore, insieme con comorbilità correlate all’invecchiamento, quali l’ipertensione arteriosa, la cardiopatia ischemica, la fibrillazione atriale, il decadimento cognitivo, la malattia renale cronica. Tuttavia, analizzando ulteriormente le variabili con uno studio multivariato che permette di discernere meglio i fattori di confondimento, oltre all’età è emerso che l’obesità, l’abitudine al fumo e la presenza di una malattia tumorale in atto sono elementi di prognosi sfavorevole, insieme con la gravità dell’insufficienza respiratoria all’ingresso in ospedale. Riteniamo che tali dati possano essere utili nell’identificare precocemente il paziente con possibile prognosi peggiore, per ottimizzarne il percorso di cura.

 

GA Più specificamente in termini di invecchiamento e COVID-19, quali sono le motivazioni per cui i soggetti più anziani possono avere un’evoluzione di malattia più sfavorevole?

PPS La risposta a questa domanda è piuttosto articolata, ma si possono fare alcune considerazioni riferite all’infezione polmonare e ad aspetti più specifici della malattia COVID-19.
È noto che, di per sé, la polmonite è un evento clinico spesso sfavorevole nel paziente anziano: si stima che circa il 30-40% dei ricoveri in area medica per soggetti di età avanzata sia riferibile a polmonite di ogni eziologia, con una mortalità intraospedaliera variabile dal 10 al 40% a seconda dei casi. Gli anziani hanno una suscettibilità maggiore all’infezione polmonare, dovuta alla compromissione della funzionalità della clearance mucociliare – il meccanismo di depurazione delle vie respiratorie che rimuove le particelle inalate, inclusi i patogeni, prima che raggiungano i polmoni – e alla riduzione della mobilità e della elasticità della parete toracica e polmonare. Inoltre, le persone anziane, più di quelle giovani, possono risentire di un’evoluzione sfavorevole dell’infezione polmonare, in quanto la grave alterazione degli scambi dei gas (ossigeno) che si viene a realizzare si instaura su un sistema cardiorespiratorio con alterazioni spesso già rilevanti e comunque con un margine funzionale di risposta allo stress minore, per la facilità con cui l’infezione polmonare può diffondersi, determinando un indebolimento della funzionalità cardiocircolatoria e di altri organi e apparati.
Un altro aspetto più specifico di COVID-19 è che l’infezione da SARS-Cov-2 può comportare uno stato disfunzionale nella risposta immunitaria, che è già di per sé alterata nel paziente anziano.
Infatti, con l’invecchiamento, si osserva da un lato un aumento generale dello stato di infiammazione (inflammaging) per aumento dell’attività dell’immunità innata – i meccanismi di difesa preesistenti al contatto con i microrganismi, quindi non specifici – da un lato, dall’altro una ridotta efficienza della risposta immunitaria specifica. Questa condizione definibile come «immunodeficienza dell’anziano» comporta che, in conseguenza di eventi infettivi, si generi una risposta infiammatoria sistemica più intensa e potenzialmente deleteria rispetto a quanto avviene nei soggetti più giovani. Le comorbilità e i disturbi precedenti (per esempio malattie renali e polmonari), le condizioni cliniche di partenza (per esempio stile di vita sedentario, alterazioni neurologiche, sarcopenia, eccetera), malnutrizione, terapie croniche, alterazioni del microbiota intestinale sono tutti fattori che contribuiscono ulteriormente a questo fenomeno.
È evidente che la risposta immune “disfuzionale” dell’anziano, con tendenza a un’eccessiva risposta infiammatoria sistemica, rende questi soggetti più a rischio in caso di infezione da SARS-Cov-2, che ha come peculiarità proprio quella di poter scatenare un’eccessiva risposta infiammatoria sistemica.

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