L’indice di massa corporea, o BMI (body mass index), è un numero che compare spesso nei referti medici e nelle app di fitness. Si calcola dividendo il peso, espresso in chilogrammi, per il quadrato dell’altezza espressa in metri. Negli adulti viene utilizzato per classificare il sottopeso (BMI inferiore a 18,5), il normopeso (18,5–24,9), il sovrappeso (25–29,9) e l’obesità (30 o superiore).

Il BMI è uno strumento semplice e alla portata di tutti, ma non dice tutto sulla composizione del corpo e deve essere interpretato insieme ad altri dati. Il BMI, infatti, considera soltanto peso e altezza e non distingue tra massa muscolare e massa grassa né indica dove si concentra il grasso corporeo.

Per capire perché usiamo questo indice e quali siano i suoi limiti, bisogna tornare indietro di quasi due secoli.

Come è nato il BMI

La storia del BMI comincia nel 1832 con Adolphe Quetelet, matematico, astronomo e statistico belga. Quetelet era interessato a individuare regolarità statistiche nelle caratteristiche fisiche delle popolazioni. Studiando il rapporto tra peso e altezza osservò che, negli adulti, il peso aumentava approssimativamente con il quadrato dell’altezza. L’interesse di Quetelet era soprattutto statistico e riguardava la descrizione delle caratteristiche dell’uomo medio. L’indice di Quetelet sarebbe stato ripreso un secolo dopo, quando il peso corporeo cominciò a essere studiato sistematicamente in relazione alla salute e alla mortalità.

Nel Novecento le compagnie assicurative iniziarono a utilizzare tabelle di peso e altezza per valutare la mortalità degli assicurati. La Metropolitan Life Insurance Company, per esempio, elaborò tabelle che tenevano conto del peso, dell’altezza e della corporatura. Questi strumenti contribuirono a diffondere l’uso dei rapporti tra peso e altezza come indicatori dello stato ponderale.

Nel 1972 il fisiologo statunitense Ancel Keys riprese l’indice di Quetelet e introdusse il nome Body Mass Index. Keys e i suoi collaboratori confrontarono diversi indicatori basati su peso e altezza utilizzando i dati di 7.426 uomini appartenenti a 12 gruppi studiati negli Stati Uniti, in Europa, in Giappone e tra uomini Bantu del Sudafrica. Il BMI risultò uno degli indici più semplici e utili per rappresentare, a livello di popolazione, la quantità relativa di grasso corporeo.

Il campione, però, aveva limiti evidenti: non comprendeva donne e alcuni gruppi erano rappresentati da numeri relativamente piccoli. Inoltre, lo stesso Keys riconosceva che il BMI non era una misura diretta della massa grassa. Il suo principale vantaggio era la semplicità: bastavano peso e altezza, due misure facili da ottenere anche su grandi popolazioni. Il BMI si è così affermato come un indicatore semplice e facilmente applicabile, prima nella ricerca epidemiologica e poi nella pratica clinica.

I limiti del BMI

Il limite principale del BMI è che due persone possono avere lo stesso peso e la stessa altezza, e quindi lo stesso BMI, ma una composizione corporea molto diversa. Una persona molto muscolosa, per esempio, può avere un BMI elevato senza avere una quantità eccessiva di grasso corporeo. Al contrario, una persona con poca massa muscolare può avere un BMI nella fascia considerata normale pur avendo una percentuale di grasso relativamente elevata. Il rapporto tra BMI e quantità di grasso corporeo, inoltre, cambia con l’età e varia tra uomini e donne e tra diverse popolazioni.

Il BMI non fornisce neppure informazioni sulla distribuzione del grasso, ma il tessuto adiposo non ha lo stesso significato metabolico in tutte le parti del corpo. Il grasso che si accumula nella regione addominale, e in particolare quello viscerale che circonda gli organi interni, è associato a una maggiore probabilità di insulino-resistenza e diabete di tipo 2, e a un aumento del rischio cardiovascolare.

Queste differenze spiegano perché una stessa cifra di BMI non corrisponda necessariamente allo stesso profilo di salute in persone diverse. L’OMS stessa considera il BMI un indicatore indiretto della quantità di grasso corporeo e raccomanda di affiancarlo, quando necessario, ad altre misure, tra cui la circonferenza della vita.

Anche il rapporto tra BMI e i rischi associati alla salute può variare tra le diverse popolazioni. Per alcune popolazioni asiatiche, per esempio, il rischio di diabete e malattie cardiovascolari può aumentare a valori di BMI inferiori rispetto alle soglie utilizzate nella classificazione internazionale. Per questo motivo l’interpretazione del BMI deve tenere conto anche della popolazione di riferimento.

Considerare anche la distribuzione del grasso corporeo

Uno degli indicatori utilizzati per aggiungere questa informazione è il rapporto vita/fianchi, o WHR (waist-to-hip ratio). Si calcola dividendo la circonferenza della vita per quella dei fianchi e fornisce un’indicazione della distribuzione del tessuto adiposo. Un valore più elevato indica una maggiore concentrazione del grasso nella regione addominale rispetto a quella dei fianchi.

Per esempio, una persona con una circonferenza della vita di 90 centimetri e dei fianchi di 100 centimetri ha un rapporto vita/fianchi di 0,90. Secondo i criteri utilizzati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, un rapporto vita/fianchi pari o superiore a 0,90 negli uomini e a 0,85 nelle donne è associato a un aumento sostanziale del rischio di complicanze metaboliche.

Un altro indicatore utilizzato negli studi sulla composizione corporea è l’indice di massa grassa, o FMI (fat mass index), che mette in rapporto la quantità di massa grassa con l’altezza. A differenza del BMI, quindi, considera direttamente la componente grassa del corpo. Per calcolarlo è necessario conoscere la quantità di massa grassa, che può essere misurata con tecniche specifiche per la valutazione della composizione corporea.

I ricercatori della UK Biobank, una grande banca dati britannica che raccoglie informazioni genetiche e sanitarie, hanno valutato questi indici su un numero molto elevato di persone. In uno studio sono stati analizzati 387.672 partecipanti britannici bianchi, confrontando tre indicatori: il BMI, l’indice di massa grassa e il rapporto vita/fianchi. I ricercatori hanno valutato la relazione tra questi indicatori e la mortalità per tutte le cause. Il rapporto vita/fianchi ha mostrato un’associazione più forte e più lineare con la mortalità rispetto agli altri due indicatori. In altre parole, all’aumentare del rapporto vita/fianchi aumentava anche il rischio osservato di mortalità.

Lo studio ha utilizzato anche la randomizzazione mendeliana, un metodo statistico che sfrutta alcune caratteristiche genetiche per verificare se un’associazione osservata tra due fattori possa essere compatibile con un rapporto causale. In questo caso, i risultati hanno rafforzato l’associazione tra la distribuzione del grasso corporeo, misurata attraverso il rapporto vita/fianchi, e la mortalità.

Il risultato, però, non era uguale negli uomini e nelle donne. Negli uomini, il rapporto vita/fianchi mostrava l’associazione più forte con la mortalità, mentre nelle donne l’associazione più forte emergeva per l’indice di massa grassa. Il risultato mostra quindi che la relazione tra composizione corporea, distribuzione del grasso e mortalità non è uguale negli uomini e nelle donne.

Quale indicatore utilizzare, quindi?

La ricerca degli ultimi anni non indica che il BMI debba essere sostituito da un altro indice. Il BMI rimane uno strumento utile, soprattutto per descrivere e confrontare il peso nelle popolazioni, ma non può essere interpretato come una fotografia dello stato di salute di una persona.

Per questo, se l’obiettivo è tenere sotto controllo i cambiamenti del proprio corpo, può essere utile affiancare alla bilancia anche un metro da sarta, misurando la circonferenza della vita e dei fianchi. In questo modo, oltre al peso, si può seguire nel tempo anche come cambia la distribuzione del grasso corporeo.

Riferimenti Bibliografici

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