L’AGING Project si arricchisce di una nuova iniziativa che supporterà lo studio dei processi di invecchiamento sano: la biobanca di popolazione dell’Università del Piemonte Orientale – UPO Biobank, – è entrata in attività con l’emergenza Covid19 ed è pronta a spiegare le vele e diventare pienamente operativa. Ben presto i cittadini residenti nel territorio novarese e dintorni saranno invitati ad affidare alla biobanca dell’UPO i loro campioni biologici che verranno utilizzati per progetti di ricerca sugli stili di vita, sui fattori di rischio e sul rapporto tra terza età, salute e malattie tipiche dell’anziano. Per approfondire gli obiettivi di questo progetto abbiamo intervistato la responsabile della biobanca, dottoressa Daniela Capello.

Cos’è una biobanca e su quali basi etico-scientifiche viene impostata?

Una biobanca è un’entità che gestisce la raccolta, la conservazione e la distribuzione di campioni biologici umani – sangue, urina, saliva, cellule, tessuti – prelevati da individui sani o malati secondo standard di qualità. L’obiettivo è raccogliere un numero sufficiente di campioni associati ai dati clinici sullo stato di salute e lo stile di vita dell’individuo e renderli disponibili per le attività di ricerca scientifica.  La standardizzazione del processo di raccolta e conservazione dei campioni rende fattibile la messa in rete di biobanche anche geograficamente molto distanti tra loro, considerato un vantaggio soprattutto per gli studi sulle malattie rare in cui è più difficile raggiungere una numerosità rilevante di campioni da testare.

La biobanca è il custode e il curatore dei campioni biologici che le vengono affidati e questi campioni, e le informazioni che li accompagnano, diventano un patrimonio dell’intera comunità. Fino a poco tempo fa, infatti si parlava di “donazione” di campioni biologici. I repository esistono ancora, ma sono diversi dalle biobanche perché costituiscono una raccolta di materiale biologico che non deve sottostare alle rigide regole della biobanca perché la loro finalità è diversa. Oggi si preferisce parlare di partecipazione della persona che mette a disposizione il suo materiale biologico per la ricerca scientifica affidandolo alla biobanca. Il “proprietario” del campione biologico ha per legge il diritto di ritirare in qualsiasi momento il consenso al suo utilizzo oppure di limitarlo ad alcuni studi specifici.

Il consenso informato tutela i diritti etici e morali di chi affida il campione alla biobanca e rassicura sull’uso ragionevole. Nella biobanca UPO cerchiamo di rendere disponibile il campione per più linee di ricerca nel tempo per questo motivo la procedura prevede la richiesta di un nuovo consenso nel caso in cui si intenda impiegare il campione per studi diversi rispetto ai quali si è ottenuto il consenso iniziale. Questo perché le potenzialità della ricerca e l’evoluzione della tecnologia sono tali da non poter immaginare il futuro.

Si raccolgono solo campioni biologici di persone malate?

No anche da individui sani. Le biobanche di ricerca si distinguono in due principali filoni: di malattia e di popolazione. Le prime nascono nell’ambito di ospedali o istituti di ricerca per raccogliere campioni biologici di pazienti, per esempio per lo studio dei tumori e delle malattie genetiche. Le biobanche di popolazione conservano materiale biologico sia di soggetti malati sia persone sane selezionate con particolari criteri, per esempio per fasce di età o residenza.

La biobanca UPO appartiene a quest’ultima categoria ed è utile come supporto agli studi di epidemiologia del territorio del Piemonte orientale, in particolare ha l’obiettivo di investigare gli stili di vita dei residenti in quest’area geografica ed il ruolo dell’ambiente sul rischio di sviluppare malattie associate all’invecchiamento.

 

In che modo si reclutano i partecipanti?

Mentre un malato è sensibilizzato ad autorizzare l’utilizzo del proprio materiale biologico perché tasta con mano il valore della ricerca scientifica, la popolazione reagisce in modo ambivalente alla richiesta di affidare una parte di sé a una biobanca. Il timore è perdere il controllo sul destino del campione biologico, addirittura prefigurando il peggio come il rischio di clonazione. E’ indispensabile quindi agire su diversi fronti, non solo informare sulle finalità del progetto ma familiarizzare con l’idea che partecipare da protagonisti a una biobanca significa contribuire al progresso della scienza senza rischi. La legge e il comitato etico vigilano sull’operato della biobanca il cui primo obiettivo è rispettare i diritti di chi affida i campioni ma non è facile trasmettere questo messaggio. Per favorire la partecipazione sarebbe utile creare tavoli di confronto con la cittadinanza per decidere insieme le linee della ricerca e informare sulle tutele.

Come si proteggono i dati sensibili delle indagini svolte sui campioni biologici?

Dai campioni biologici possono emergere informazioni sullo stato di salute, sulla presenza di una mutazione genetica trasmissibile o su un maggior rischio di malattia, con implicazioni etiche, giuridiche, sociali ed economiche. Nell’ambito dei test genetici la legislazione riconosce però sia il diritto a essere informati sia il diritto all’oblio. Chi ha affidato il campione può quindi decidere di non voler conoscere i risultati della ricerca. Solo alla sua morte, o a seguito di un’incapacità a esprimere una volontà, se comportano un vantaggio diagnostico e terapeutico per altri membri della famiglia, il comitato etico della biobanca valuta l’opportunità di condividerli con gli interessati.

L’ultimo aspetto è legato al timore che i dati sensibili siano rivelati al datore di lavoro o all’assicurazione sanitaria. Questo non può accadere perché le informazioni sono pseudoanonimizzate: significa che in biobanca i campioni e le informazioni sono associati ad un codice, mentre non è mai presente nei database il nome dei partecipanti o dei dati personali che consentano di risalire a loro. Solo il detentore del dato possiede la chiave di decodifica e può, quando richiesto dalle esigenze della ricerca – secondo le norme di legge e nel rispetto della privacy e dei principi etici – associare il codice al nome del partecipante. E’ possibile anche anonimizzare, cioè eliminare qualsiasi collegamento tra campione e identità del soggetto, su richiesta del partecipante.

Con quale progetto è partita la biobanca UPO?

L’estate scorsa avevamo in programma di iniziare la nostra attività con uno studio di popolazione  sull’aging coinvolgendo gli enti e gli abitanti del Piemonte Orientale. L’emergenza Covid ci ha imposto un improvviso cambio di rotta perché la biobanca è l’unica realtà sul territorio in grado di garantire la raccolta e la conservazione dei campioni biologici dai pazienti positivi al Sars-Cov-2 con criteri di qualità standardizzati. Dato che il virus risulta particolarmente aggressivo con gli anziani il nostro target di riferimento rimaneva in qualche modo lo stesso.

Dall’inizio della pandemia la biobanca conserva i campioni di sangue prelevati dai soggetti sintomatici per Covid che si sono riferiti al Pronto soccorso di Novara. Per alcuni pazienti la prognosi è stata favorevole, dopo un breve ricovero in un reparto a bassa intensità di cura sono stati dimessi. Altri invece sono passati dalla rianimazione dove, comunque, noi abbiamo proseguito con la raccolta del materiale biologico. Oltre a Novara ha aderito allo studio anche l’Ospedale di Alessandria e vorremmo presto attivare Vercelli. Finora abbiamo raccolto campioni di sangue da più di cento pazienti.

I campioni, associati all’anamnesi, ci raccontano il decorso dell’infezione in base alle caratteristiche del paziente, con la possibilità di identificare dei marcatori biologici per individuare il prima possibile quei soggetti che evolveranno verso una forma più grave di Covid, anche tra i meno anziani che, in maniera inattesa, possono peggiorare rapidamente.

Quando partirà il Novara Cohort Study, esteso a tutto il territorio novarese potremo ottenere maggiori informazioni sullo stile di vita, sulle abitudini e la storia clinica delle persone che hanno contratto l’infezione o che non l’anno contratta e questo ci consentirà di comprendere meglio i fattori di rischio associati all’infezione e a una malattia che si manifesta in modo più grave in alcuni soggetti.

Obiettivo della biobanca è, infatti, anche quello di raccogliere le informazioni in modo corretto, che possono essere utilizzate per studi scientifici di qualità.

 

Quali sono i progetti dedicati all’aging della biobanca UPO?

La biobanca dovrà sostenere le attività di ricerca scientifica dell’ateneo, innanzitutto quelli specifici sull’aging ma estendendo lo sguardo anche alle malattie autoimmuni e alle allergie. Il primo progetto è, infatti, il Novara Cohort Study, dedicato agli studi sull’invecchiamento. Il secondo progetto è finalizzato, invece, allo studio della relazione fra alimentazione e malattie autoimmuni. Entrambi hanno ottenuto il finanziamento del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per i Dipartimenti di Eccellenza.

Il Novara Cohort Study, uno studio di popolazione che prevede la raccolta di campioni biologici – sangue, urina e saliva – dai residenti del territorio novarese a partire dai 35 anni di età con la finalità di ottenere uno spaccato dello stile di vita e dello stato di salute della coorte inclusa nell’esperimento. L’obiettivo è identificare i marker predittivi e diagnostici relativi all’invecchiamento, un processo di per sé fisiologico ma che possiamo distinguere in un invecchiamento di successo, salutare, caratterizzato da un progressivo e lento deterioramento di alcune abilità ma che consente di avere un vita soddisfacente priva di disabilità fino al suo termine, e in un invecchiamento accelerato, associato a una o più malattie croniche e degenerative come il diabete di tipo 2, l’ipertensione, l’insufficienza renale o l’Alzheimer. Nei campioni raccolti dalla biobanca per il Novara Cohort Study si ricercheranno dei biomarcatori molecolari, genetici e biochimici al fine di identificare in anticipo la presenza di anomalie legate a un invecchiamento biologico precoce, e poter in questo modo intervenire precocemente.

In che modo si potrebbe intervenire sui processi di invecchiamento precoce della popolazione?

Le malattie degenerative associate all’invecchiamento possono essere fortemente debilitanti e non solo riducono la qualità della vita di una persona per un lunghissimo periodo, ma hanno anche un impatto pesante sulla società. Ma noi sappiamo che l’invecchiamento è un processo che dipende da molti fattori, e alcuni di questi, come lo stile di vita, sono modificabili. Su questi si può intervenire per ridurre la frequenza e la gravità delle malattie tipiche della terza età e incrementare la lunghezza della vita. Ad esempio, se si interviene precocemente, il diabete di tipo 2, tipico nell’anziano, si può curare incrementando l’attività fisica e modificando la dieta. La dieta e abitudini di vita sane riducono anche il rischio di molti tumori.

Purtroppo, però sappiamo ancora veramente poco sui meccanismi dell’invecchiamento. La biobanca favorirà la conoscenza dei processi biologici con cui si innescano alcune malattie degenerative legate all’invecchiamento e permetterà di intervenire precocemente con una terapia o, ancora meglio, di adottare strategie preventive efficaci o di diagnosi precoce abbassando i costi per la loro gestione. L’obiettivo non è solo raccogliere un numero elevato di campioni al primo giro ma di richiamare le stesse persone a distanza di 3 e 5 anni, in modo tale da studiare nel tempo le loro traiettorie di vita da associare agli studi biologici.

Quali sono i fattori limitanti della vostra attività di ricerca?

Il principale è il denaro. Lo studio è molto costoso e dobbiamo riuscire a ottenere maggiore attenzione da parte di amministrazioni pubbliche, fondazioni e privati perché tutti possono trarre vantaggio dai nostri studi. Vorremmo reclutare 2000 soggetti nell’arco dei due anni. Il primo passo è coinvolgere le istituzioni e la popolazione, con una prima fase dedicata all’informazione, alla sensibilizzazione e alla creazione di una cittadinanza consapevole e responsabile.

Coinvolgeremo gli Enti Locali, le Aziende Ospedaliere, la medicina del territorio ma dobbiamo arrivare a coloro che non frequentano gli studi del medico, quindi informare attraverso la pubblicità, i volantini, dibattiti dove viene presentato il progetto, la creazione di  occasioni di confronto anche per discutere dei timori della cittadinanza.

Gli anziani possono diventare protagonisti della ricerca?

Devono. Non possono rassegnarsi e nemmeno rimanere in disparte. Devono diventare protagonisti perché saranno ben presto la parte prevalente della società in termini numerici. Devono mettere da parte i timori senza pensare di essere inadeguati. Le proporzioni si sono invertire e la società non ha più le risorse per sostenere la terza e la quarta età. Perciò l’anziano può rendersi utile per il proprio benessere e per gli altri. Dobbiamo andare in quella direzione e noi, con la biobanca, cerchiamo di tracciare nel nostro piccolo un percorso. Dare informazioni sullo stile di vita e sullo stato di salute per un progetto così importante non è spogliarsi della propria identità ma collaborare al progresso e alla salute della collettività.

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