Nella macchina che mi porta da casa al lavoro c’è sempre la stessa playlist. O meglio, lo stereo prova a proporre altro, ma la mia attenzione cade inevitabilmente sulle canzoni che già conosco. Quelle che so cantare senza pensarci, come se fossero mie.
Intono perfettamente: «Io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti / il più bello era nero, coi fiori non ancora appassiti».
Lucio Battisti forse apprezzerebbe il fatto che io conosca queste parole come le mie tasche, o forse non gli importerebbe affatto. In ogni caso, non perdo mai il tempo. Non è merito del mio orecchio musicale, quanto del fatto che ascolto questi brani da quando ero piccola. Seduta sui sedili posteriori dell’auto dei miei genitori, cantavo testi non adatti alla mia età, senza capirne davvero il significato.
Oggi però è diverso. Quelle parole le riconosco e riesco finalmente a immedesimarmi. Mentre continuo a cantare – «che anno è, che giorno è, questo è il tempo di vivere con te» – parte un’altra canzone. È Franco Battiato: «Com’è difficile restare padre mentre i figli crescono e le mamme imbiancano». Mi fermo e mi accorgo che questi due brani, usciti rispettivamente nel 1972 e nel 1981, condividono la difficoltà, e forse la paura, di assistere all’invecchiamento delle persone che amiamo.
E allora mi chiedo: quante canzoni parlano di vecchiaia?
Forse più di quante immaginiamo.
Rimanendo con l’autore siciliano, una delle canzoni più romantiche di sempre, La Cura, viene spesso letta come una dedica universale, ma molti vi scorgono un omaggio dolcissimo di Battiato alla madre affetta da Alzheimer. Quando canta «Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie / dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via», trasforma l’assistenza e il declino fisico in un atto d’amore assoluto.
Se Battiato osserva l’altro, Mina in La mia vecchiaia dà voce a un’esperienza poco raccontata nel pop: l’invecchiamento vissuto in prima persona. «Quando io vivrò la mia vecchiaia abbandonata a me / mi scalderò pensando a te, nel mio tramonto». Qui la vecchiaia è una condizione presente e individuale e il tramonto non rappresenta la fine, ma una luce più bassa e calda.
Il cantautore Francesco Guccini affronta il tema con una duplice veste. In Canzone della vita quotidiana racconta un invecchiamento silenzioso, fatto di piccoli acciacchi e abitudini che si accumulano: «I piccoli malanni sempre più numerosi / più dolorosi col passar degli anni». Secondo lui ci si ritrova vecchi quasi senza accorgersene.
In Il vecchio e il bambino, invece, la vecchiaia assume un valore simbolico. In un mondo devastato, il vecchio è colui che ricorda e che sa raccontare ciò che è stato. Nonostante «i vecchi subiscon le ingiurie degli anni», restano i depositari della storia. Guccini ribalta la prospettiva ricordandoci che in un tempo che scarta ciò che è lento, senza gli anziani non c’è racconto e, senza racconto, non c’è futuro.
Diverso è l’approccio di Rino Gaetano. In E la vecchia salta con l’asta compare una figura enigmatica ed evocativa.
La “vecchia” è stata spesso letta come una metafora dell’Italia, ancorata a strutture obsolete, mentre il salto con l’asta diventa il tentativo goffo di superare i propri limiti.
Proprio in questa ambiguità sta la forza del brano. Rino Gaetano sembra suggerire che la vecchiaia, agli occhi della società, diventi tollerabile solo quando si fa eccezione o caricatura. Ma come spesso accade nelle sue canzoni, il significato resta volutamente sfuggente; una ballata di immagini e allusioni che resiste a un’interpretazione univoca.
Il tema dell’invecchiamento non riguarda solo la musica italiana. Nel 1968 il duo folk Simon & Garfunkel in Old Friends dipinge l’immagine di due amici su una panchina mentre ripercorrono la loro vita: «Can you imagine us years from today / sharing a park bench quietly?» (Riesci a immaginarci, tra anni, seduti tranquilli su una panchina?) e poi «How terribly strange to be seventy». Quel «com’è terribilmente strano avere settant’anni» non è una lamentela, ma una constatazione piena di stupore. La vecchiaia, qui, è memoria condivisa.
Nel 1973, i Pink Floyd in Time firmano una riflessione cruda sulla fugacità della vita: «And then one day you find / ten years have got behind you» (E poi un giorno ti accorgi che dieci anni ti sono scivolati alle spalle). L’invecchiamento non è un decadimento fisico, ma il risveglio brusco dall’illusione di avere sempre tempo a disposizione.
Infine, Bob Dylan, nel 1997, pubblica Not Dark Yet, un brano in cui non cerca consolazione. «It’s not dark yet, but it’s getting there» (Non è ancora buio, ma ci stiamo arrivando). Dylan riconosce il peso degli anni e delle ferite con estrema lucidità. La vecchiaia diventa il diritto di non dover essere forti a ogni costo.
Forse, allora, la vecchiaia nelle canzoni non è mai il vero tema. Il punto è il tempo; quello che passa senza chiedere permesso e che riconosciamo solo quando lo vediamo scritto sui volti degli altri.
Le canzoni non spiegano la vecchiaia e non cercano di addolcirla ma la raccontano come memoria, stanchezza, distanza, cura e silenzio condiviso. Le canzoni, quindi, non ci chiedono di accettare passivamente la vita che scorre, ma di smettere di fuggire.
Così, mentre lo stereo ripropone i soliti brani, mi rendo conto che quello che cambia non è la musica, ma il modo di ascoltare. Le parole sono identiche, ma noi no e forse è proprio lì che il tempo si fa sentire.
