Il ruolo dell’infermiere nell’assistenza dei pazienti fragili e anziani sta cambiando e non solo a causa della pandemia. Ne abbiamo parlato con Alberto Dal Molin, Ricercatore di Scienze Infermieristiche presso la Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale e dirigente della Direzione delle Professioni Sanitarie dell’AOU Maggiore della Carità di Novara

 

Nella tua carriera sei stato infermiere in molti modi e contesti diversi: in pronto soccorso, nell’emergenza territoriale 118, in medicina di emergenza, nella programmazione sanitaria e qualità, come ricercatore e come docente. Come è cambiato il modo di percepire il ruolo dell’infermiere da quando hai iniziato?

Da sempre ho pensato all’importanza del ruolo dell’infermiere nei processi di cura dei pazienti e ho sempre faticato a comprendere come alcune persone non vedessero il valore di questa professione. Mi sembra così palese.
Ad esempio, un paziente ricoverato per intervento chirurgico conta sicuramente sulla competenza del chirurgo per risolvere il suo problema, ma se dopo la sala operatoria non c’è una buona assistenza infermieristica, il lavoro del chirurgo può essere vanificato: senza adeguate misure igieniche possono subentrare infezioni, senza interventi di mobilizzazione possono emergere complicanze respiratorie o trombosi, senza un’adeguata sorveglianza infermieristica il paziente può avere conseguenze gravi.  Tutto questo fa parte del governo dell’infermiere e ciò per cui ha sviluppato specifiche competenze nel percorso di studi, distinte da quelle del chirurgo, ma che hanno altrettanta importanza per il processo di cura del paziente.

Quello che già mi sembrava ovvio durante i miei studi, oggi è dimostrato da ricerche scientifiche pubblicati su riviste autorevoli come Lancet , studi che hanno evidenziato la correlazione tra numero di infermieri in ospedale e gli outcome di salute, tra cui la mortalità. Se gli infermieri fanno cattiva assistenza, perché sono pochi o perché sono poco preparati, il paziente non rischia soltanto le lesioni da decubito, ma ne va della sua sopravvivenza! Aumenta il “failure to rescue”: l’infermiere in ospedale, infatti, svolge un ruolo di sorveglianza che permette di individuare in fase precoce quelle modificazioni cliniche che potrebbero repentinamente portare a un aggravamento del quadro clinico, mentre grazie alla segnalazione dell’infermiere possono essere risolte dagli altri professionisti sanitari.

Ma l’infermiere è soltanto in ospedale? Qual è il suo ruolo sul territorio?

Ricordo che quando sono stato in Canada, circa 20 anni fa esisteva già la figura dell’infermiere di famiglia. In Italia stiamo iniziando ora a studiare come implementare questo modello.

Sono due pilastri, quello clinico e quello assistenziale, il primo in capo al medico e l’altro all’infermiere, che devono integrarsi anche sul territorio, soprattutto ora che i problemi dei pazienti sono complessi e che la popolazione sta invecchiando, con un aumento delle patologie croniche. Se un anziano è a casa con la polmonite serve che qualcuno vada al domicilio non solo per fornire delle prestazioni,  ma anche per prendersi in carico pienamente del paziente e della sua famiglia. Ad esempio, è importante educare i familiari all’assistenza: l’alimentazione, le mobilizzazioni, la cura della cute sono pratiche assistenziali che, in alcune situazioni, l’infermiere può trasmettere ai familiari.

Parliamo di pazienti cronici con patologie multiple, anziani fragili che hanno problemi clinici ma anche assistenziali e sociali. La risposta a questi bisogni non può essere data soltanto da un professionista. I pazienti e le loro famiglia hanno bisogno di risposte multidisciplinari o forse meglio interdisciplinari.

L’infermieristica è, finalmente, sempre più percepita come una disciplina autonoma, con un suo ambito di applicazione e con un ruolo altrettanto importante della medicina. Questo cambiamento si ritrova anche in ambito universitario?

Confermo, l’infermieristica è una disciplina autonoma. Gli infermieri devono anche dedicarsi allo studio e alla ricerca per permettere al sapere infermieristico di consolidarsi e crescere. Esiste tutto un ambito di ricerca specifico, distinto da altri saperi dell’area sanitaria. Per esempio la mobilizzazione del paziente, sappiamo che è utile per prevenire le lesioni da pressione, ma al momento non ci sono prove sufficienti per raccomandare un programma/regime di riposizionamento rispetto a un altro ; le cadute, noi sappiamo che i pazienti cadono, ma è ancora necessario approfondire e studiare le strategie migliore per prevenire l’evento.

Anche nell’ambito organizzativo è utile fare degli approfondimenti con la ricerca per cercare di evidenziare quali approcci assistenziali/ modelli organizzativi siano più efficace nel garantire miglior outcome di salute dei pazienti.

Infatti, all’interno dell’Aging Project ti occupi di ricerca: parlaci del progetto AME di cui sei coordinatore.

Il progetto AME si propone di sviluppare in ambito organizzativo interventi di presa in carico avanzata del paziente anziano. È molto articolato e include diversi sotto-progetti legati ad aspetti organizzativi che possono coinvolgere diverse figure professionali.

Con gli IPEST (Interventi di Prevenzione Efficaci, Sostenibili e Trasferibili) per esempio cerchiamo di “operativizzare” e di rendere immediatamente fruibile la letteratura scientifica, per gli operatori sanitari. In particolare, il nostro focus è sulle cadute.

Un approccio assistenziale centrato sulla figura dell’infermiere è quello del Primary Nursing. Si tratta di un approccio innovativo che prevede la presa in carico del paziente in ospedale da parte di un infermiere (infermiere primary) che diventa il referente sia per il paziente sia per la famiglia durante tutto il percorso di cura, inclusa la preparazione alle dimissioni. In questo ambito abbiamo sviluppato una certa esperienza: abbiamo sviluppato una formazione specifica per supportare l’implementazione del modello nelle organizzazioni ospedaliere e stiamo sviluppando progetti di ricerca per capirne il reale impatto.

Sempre all’interno della ricerca organizzativa, abbiamo svolto un altro studio con oltre 20 medicine interne italiane, tramite la FADOI e con la collaborazione dell’ASL di Biella, per valutare l’impatto dell’intentional rounding, un approccio sviluppato in ambito anglosassone, dove è ritenuto talmente valido da essere inserito nelle direttive nazionali. Nell’intentional rounding si prevedono dei “controlli” proattivi in cui l’infermiere fa delle valutazioni programmate sui pazienti, che vengono analizzati secondo determinati parametri: mobilizzazione, valutazione del dolore, valutazione dei bisogni personali). I risultati dello studio sono in fase di pubblicazione

E l’infermiere di famiglia e di comunità?

L’IFeC (Infermiere di Famiglia e Comunità) lavora in ambito territoriale ed è quel professionista responsabile dei processi infermieristici sia in ambito famigliare che di comunità. Presso la nostra Università è attivo già da alcuni anni un master di I livello in infermieristica di famiglia e comunità. Inoltre, da qualche mese stiamo lavorando su un progetto per approfondire questo tema.

Ti riferisci al progetto REACTion. Ci puoi spiegare di cosa si tratta?

REACtion è un progetto che coinvolge un partenariato italo-svizzero – ne fanno parte oltre all’Università del Piemonte Orientale, l’ASL d Novara, l’ASL di Vercelli e Alvad per il Locarnese-Vallemaggia e UNITO- finalizzato a sviluppare e/o sostenere delle reti a supporto degli anziani fragili nel contesto territoriale. La pandemia ha reso chiaro che la risposta ai bisogni socio-assistenziali degli anziani e dei malati cronici non può essere data solo dall’ospedale, che è un contesto per acuti, ma è il territorio che deve intervenire, attraverso la rete formale (quella dei professionisti) ma anche la rete informale, quella che va dalle associazioni di volontariato al vicino di casa, affinché l’anziano possa continuare a vivere e ad essere assistito a casa. L’IFeC potrebbe essere l’attivatore/sostenitore di questa rete.

Vorremmo sperimentare la presa in carico della famiglia secondo l’ottica proattiva e orientata alla prevenzione caratteristica dell’IFeC, anche con il supporto della tecnologia. Siamo abituati a pensare alla tecnologia come strumento puramente biomedico, per il monitoraggio di segni e sintomi. Quello che ci stiamo domandando è se la tecnologia può aiutare le persone anche da un punto di vista socio-assistenziale. Può aiutare la persona a ridurre la solitudine? Può servire a prevenire le cadute? Può aiutare l’anziano solo o isolato a mantenere i contatti con i propri cari? Può monitorare l’attività quotidiana dell’anziano (verificare se si è alzato, se ha preso i farmaci, se ha mangiato) per individuare eventi critici?  Non sono domande di facile risposta, soprattutto perché dobbiamo studiare come e se la tecnologia può essere utile senza essere intrusiva nella vita del soggetto. Per noi la casa è il primo luogo di cura.

Hai citato più volte l’esperienza della pandemia: rispetto all’importanza delle cure territoriali e alle possibilità offerte della tecnologica. Qual è stata, secondo te, la lezione appresa da questa esperienza, per quanto riguarda l’assistenza infermieristica?

Nell’arco di questo periodo di pandemia è stata data molta enfasi all’importanza della relazione e del contatto fisico che spesso sono venuti a mancare. Il contatto, l’essere a fianco del paziente è uno dei gesti caratteristici dell’infermiere, atti che non derivano dal buon senso, ma fanno parte della competenza e del sapere dell’infermieristica, acquisiti attraverso il suo percorso formativo. Toccare un corpo malato non è come toccare un corpo sano, significa entrare in una relazione particolare con quella persona. Anche la relazione è un aspetto rilevante nei processi di assistenza. Nel nostro nuovo codice deontologico viene detto chiaramente: la relazione è tempo di cura, è un atto di cura. Essere vicino alla sofferenza del malato non solo con le parole, ma con il corpo, con l’ascolto, con il contatto, in maniera continuativa permette di costruire relazioni intense e intime: poche figure professionali hanno questo privilegio.

 

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