Spesso pensiamo all’invecchiamento come a un percorso di perdita: in maggiore o minore misura, siamo convinti – anche a causa di condizionamenti sociali e culturali – di dover convivere con l’anzianità come con una serie di problemi da gestire. Concentrarsi, su quanto, anche in una fase avanzata della vita, sia possibile evolvere e arricchirsi imparando qualcosa di nuovo non è semplice. Crederci davvero, ancora meno. 

Proviamo a pensare a qualche esempio per aiutarci a cambiare prospettiva. William Turner è stato un pittore inglese molto precoce, ma lo stile innovativo che i libri di storia dell’arte considerano come precursore dell’Impressionismo è emerso solo dopo i suoi sessantacinque anni di età. C’è poi il premio Nobel per la Medicina Rita Levi-Montalcini, che ha condotto ricerche fino alla fine e che, a cento anni, ha dichiarato di avere una mente superiore (grazie all’esperienza) a quella che aveva a vent’anni. E ricordiamo infine Fauja Singh, il maratoneta più anziano del mondo, che inizia a correre per la prima volta a 89 anni. 

Forse ci viene da pensare che queste storie siano solo di casi eccezionali, ben lontani da noi e dalla nostra quotidianità. Eppure, al cuore di esse ci sono domande che vanno oltre la fortuna o la rarità, e che possono riguardarci. Sono quelle che per oltre trent’anni hanno guidato la ricerca della direttrice statunitense del dipartimento di Scienze Sociali e Comportamentali presso la Yale School of Public Health, Becca Levy: può un miglioramento in tarda età accadere non solo nelle persone straordinarie ma anche nella popolazione anziana generale? E possono credenze positive sull’invecchiamento incidere su di esso?

La storia di una lunga ricerca

Seguiamo la Levy in una piccola parte del suo percorso di ricerca. Si inizia nel 1996, quando rileva che gli anziani esposti, anche inconsapevolmente, a idee positive sull’invecchiamento, migliorano le proprie prestazioni di memoria. Sei anni dopo, attraverso uno studio osservazionale, segue invece un gruppo di persone per 23 anni, dopo aver posto loro domande come “diventando più vecchi si diventa meno utili?” oppure “ti senti più o meno felice rispetto a quando eri giovane?”. Chi aveva risposto in modo più positivo è risultato vivere, in media, 7 anni e mezzo in più di chi si era espresso in modo più negativo. 

Negli anni successivi, le domande di ricerca si spostano tra i temi di prevenzione e di recupero. Uno studio del 2012 condotto su quasi 600 anziani che avevano perso autonomia in attività quotidiane come vestirsi o camminare, rileva ad esempio che chi aveva credenze più positive sull’invecchiamento aveva più probabilità di tornare del tutto autosufficiente. Poco dopo, Levy dimostra anche che queste credenze possono essere costruite o rafforzate con interventi mirati, e che questo può tradursi in miglioramenti della funzione fisica. 

La ricerca di Levy si spinge poi fino al cervello: in uno studio emerge che chi, in giovane età, crede in stereotipi più negativi sull’invecchiamento può mostrare, in età avanzata, segni più marcati di invecchiamento cerebrale. Le credenze, in sintesi, non restano necessariamente un fatto psicologico: anzi, Levy ha anche analizzato in che misura possono intervenire su fattori genetici di rischio e sulla probabilità di sviluppare demenza.  

Arriviamo allo studio del 2026, che per la prima volta guarda alla popolazione anziana nel suo complesso e non a sottogruppi specifici di interesse. Levy ha seguito un ampio campione rappresentativo di persone over 65 per un periodo fino a 12 anni, misurandone la salute fisica e cognitiva nel tempo. Il risultato è che quasi un anziano su due migliora in almeno uno dei due ambiti, e le credenze positive sull’invecchiamento risultano un predittore di questo miglioramento.

L’aspetto interessante è che questi dati emergono quando si guarda ai percorsi individuali delle persone, invece di calcolare punteggi medi per l’intero gruppo, che possono oscurare i miglioramenti personali. 

La teoria dietro i risultati

I risultati di Levy si ricollegano a una teoria che sviluppò nel 2009 e che potremmo definire come la chiave di lettura della sua ricerca: la SET o Stereotype Embodiment Theory.

Vediamo gli aspetti che la caratterizzano. Il primo punto riguarda proprio le credenze sull’invecchiamento: queste non nascono quando si diventa anziani, ma le assorbiamo molto prima da bambini. Possiamo essere influenzati da contesti familiari o relazionali, dalle rappresentazioni dei media, come film o pubblicità, o ancora dai social network: le immagini della vecchiaia che ci passano avanti nel quotidiano possono sedimentarsi senza che ce ne accorgiamo. 

Anche se acquisiamo queste idee, però, restano per lo più sullo sfondo – come se fossero inattive – finché non entriamo noi stessi nella fase più avanzata di vita. Qui dobbiamo considerare un secondo aspetto: è il momento in cui quelle credenze non riguardano più gli altri, ma iniziano a riguardare noi stessi. I nostri pensieri si trasformano così in percezioni e, secondo la teoria, il loro effetto può amplificarsi.

Ma come si esprime, nella pratica, questo effetto? I meccanismi coinvolti sono diversi, e si intersecano tra loro. Uno è comportamentale: chi crede che il declino sia inevitabile tende a rinunciare più facilmente all’attività fisica, alla prevenzione, ai controlli medici – paradossalmente rischiando di alimentare il declino temuto. Un altro è psicologico: pensare che certi problemi siano solo una conseguenza ineluttabile dell’età toglie motivazione a contrastarli, e mina la fiducia di poter migliorare ancora. Infine c’è una componente fisiologica: lo stress generato da una visione negativa di sé può influenzare anche il corpo

Levy considera questo insieme di meccanismi come dinamico, usando la metafora dell’ “effetto palla di neve”. Rafforzare le credenze positive di un gruppo di anziani, ad esempio, può migliorare la loro funzione fisica, il che a sua volta può rendere le loro credenze ancora più positive, alimentando un ulteriore miglioramento. Lo stesso meccanismo, però, funziona anche al contrario, cioè per le credenze e i conseguenti risvolti negativi. 

Quello che vale la pena notare è che, mentre gran parte della ricerca sull’invecchiamento si è concentrata su fattori stabili e individuali, come i geni, oppure su comportamenti negativi come il fumo, spostare la valutazione sulle credenze sull’età come un fattore sociale e culturale modificabile può aprire a nuove narrazioni.

Cambiare la narrazione

Abbiamo sottolineato che le credenze sull’invecchiamento sono in gran parte un prodotto culturale. Provare a cambiarle significherebbe, secondo Levy, intervenire sia a livello individuale che collettivo. 

Levy, ad esempio, suggerisce un esperimento semplice come annotare, per una settimana, quali rappresentazioni dell’invecchiamento si incontrano in televisione o in una conversazione – per aiutarci a capire quanto spesso l’idea del declino sia data per scontata. 

È un modo di acquisire consapevolezza sullo stereotipo, un passo indispensabile per provare a intervenire su di esso. Questa consapevolezza riguarda tanto chi invecchia, tanto chi si prende cura di una persona anziana, a livello professionale o familiare. La differenza sta nel passare da una gestione dell’invecchiamento come di una perdita inevitabile al lasciare aperta la possibilità concreta che qualcosa possa ancora migliorare. 

A livello collettivo, il lavoro di Levy suggerisce che le narrazioni che costruiamo nella società attorno alla vecchiaia – dai media al linguaggio quotidiano, dalle istituzioni alla pratica clinica – sono modificabili e hanno un effetto concreto sulla salute delle persone. Ampliare la nostra idea di cosa significhi invecchiare, e includere la possibilità di migliorare, significa arricchire la descrizione che si fa dell’invecchiamento in modo più accurato e onesto. 

Bibliografia

  • Levy, B. R., & Slade, M. D. (2026). Aging Redefined: Cognitive and Physical Improvement with Positive Age Beliefs. Geriatrics, 11(2), 28. https://doi.org/10.3390/geriatrics11020028
  • Levy, B. (1996). Improving memory in old age through implicit self-stereotyping. Journal of Personality and Social Psychology, 71(6), 1092–1107. https://doi.org/10.1037/0022-3514.71.6.1092
  • Levy, B. R., Slade, M. D., Kunkel, S. R., & Kasl, S. V. (2002). Longevity increased by positive self-perceptions of aging. Journal of Personality and Social Psychology, 83(2), 261–270. https://doi.org/10.1037/0022-3514.83.2.261
  • Levy, B. (2009). Stereotype embodiment: A psychosocial approach to aging. Current Directions in Psychological Science, 18(6), 332–336. https://doi.org/10.1111/j.1467-8721.2009.01662.x
  • Levy BR, Slade MD, Murphy TE, Gill TM. Association Between Positive Age Stereotypes and Recovery From Disability in Older Persons. JAMA. 2012;308(19):1972–1973. doi:10.1001/jama.2012.14541
  • Levy, B.R., Pilver, C., Chung, P.H., & Slade, M.D. (2014). Subliminal strengthening: Improving older individuals’ physical function over time with an implicit-age-stereotype intervention. Psychological Science, 25(12), 2127–2135. https://doi.org/10.1177/0956797614551970
  • Levy, B. R., Ferrucci, L., Zonderman, A. B., Slade, M. D., Troncoso, J., & Resnick, S. M. (2016). A culture–brain link: Negative age stereotypes predict Alzheimer’s disease biomarkers. Psychology and Aging, 31(1), 82–88. https://doi.org/10.1037/pag0000062
  • Levy BR, Slade MD, Pietrzak RH, Ferrucci L (2018) Positive age beliefs protect against dementia even among elders with high-risk gene. PLoS ONE 13(2): e0191004. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0191004
  • Levy BR, Slade MD. Role of Positive Age Beliefs in Recovery From Mild Cognitive Impairment Among Older Persons. JAMA Netw Open. 2023;6(4):e237707. doi:10.1001/jamanetworkopen.2023.7707









Articoli Correlati


Iscriviti alla Newsletter

* Richiesti
Scegli la newsletter
Consenso all’utilizzo dei dati

Aging Project userà le informazioni che fornisci al solo scopo di inviarti la newsletter richiesta.

Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento cliccando sul link che trovi nel footer dell'email. Per informazioni sulla Privacy Policy clicca qui.

Cliccando su "Acconsenti", accetti anche che le tue informazioni saiano trasferite a Mailchimp per l'elaborazione. Ulteriori informazioni sulle privacy di Mailchimp qui