Il cancro al seno è la neoplasia più frequente nelle donne. In Italia, ogni anno si registrano in media 55.000 nuove diagnosi, pari a circa un terzo di tutti i tumori femminili. Negli ultimi decenni, l’introduzione dei programmi di screening e il miglioramento delle terapie hanno determinato un significativo calo della mortalità: oggi oltre 900.000 donne convivono con una diagnosi di carcinoma mammario e la sopravvivenza a cinque anni supera l’88%. Questi progressi, tuttavia, non si distribuiscono in modo uniforme tra tutte le fasce di età.
In particolare, le donne con più di 80 anni continuano a presentare un rischio di mortalità molto elevato, ma ricevono spesso trattamenti meno intensivi rispetto alle pazienti più giovani. La mortalità per cancro al seno risulta infatti più alta sia nelle donne molto giovani, sotto i 40 anni, sia nelle più anziane. Nel primo caso, il dato è in gran parte spiegato da caratteristiche biologiche e prognostiche più aggressive del tumore; nel secondo, entrano invece in gioco anche fattori legati alle scelte terapeutiche.
Numerosi studi documentano come, a parità di condizioni cliniche, le pazienti anziane abbiano minori probabilità di ricevere trattamenti standard quali chirurgia, chemioterapia o radioterapia. Questo fenomeno, noto come undertreatment, non è sempre giustificato da fattori clinici, ma riflette spesso una valutazione fondata sull’età anagrafica anziché sullo stato di salute complessivo. Alcune indagini mostrano, per esempio, che la propensione a raccomandare la chemioterapia diminuisce drasticamente con l’aumentare dell’età e che una parte dei professionisti sanitari riconosce esplicitamente l’influenza dell’età nelle proprie decisioni cliniche.
Alla base di queste disparità vi sono stereotipi persistenti sull’invecchiamento, che portano a sottovalutare i potenziali benefici delle cure o a sovrastimarne i rischi nelle persone anziane. Questo tipo di discriminazione, definita ageismo, è radicata nel sistema sanitario e può tradursi in scelte terapeutiche meno efficaci, con un impatto diretto non solo sulla sopravvivenza, ma anche sulla qualità della vita delle pazienti più anziane.
Ageismo nella prevenzione e nella ricerca clinica
Un primo livello di discriminazione emerge già nella prevenzione. In Italia, il Servizio Sanitario Nazionale offre programmi di screening mammografico gratuiti alle donne tra i 50 e i 69 anni, estesi fino ai 74 anni in alcune regioni. Oltre questa soglia, gli inviti cessano, nonostante il rischio di sviluppare un tumore al seno rimanga elevato anche nelle età più avanzate. Questa esclusione contribuisce a ritardi diagnostici significativi e dunque a una maggiore probabilità di intercettare la malattia in stadi più avanzati.
Un meccanismo analogo si osserva nella ricerca clinica, dove le pazienti anziane risultano sistematicamente sottorappresentate nei trial. La conseguenza è una carenza di evidenze specifiche e di indicazioni terapeutiche realmente calibrate sulle condizioni di salute delle donne più anziane, che finiscono per essere curate sulla base di dati prevalentemente derivati da popolazioni più giovani.
Ageismo nel trattamento del cancro al seno
Nel momento della cura, l’ageismo assume forme più sottili ma non meno incisive. La comunicazione tra medico e paziente è spesso influenzata da presupposti impliciti: che le donne anziane abbiano difficoltà a comprendere informazioni complesse, che preferiscano delegare le decisioni ai familiari o che non desiderino essere coinvolte attivamente nel processo decisionale. A queste convinzioni si affianca l’idea che l’età avanzata coincida automaticamente con fragilità, comorbidità, debolezza del sistema immunitario o scarsa tolleranza ai trattamenti, nonostante la letteratura dimostri come tali fattori debbano essere valutati individualmente e non dedotti dall’età anagrafica.
Il risultato è spesso un approccio paternalistico, in cui le opzioni terapeutiche appaiono formalmente offerte ma sono in realtà pre-orientate da stereotipi. In questo contesto, la scelta non viene negata apertamente, ma viene svuotata di significato, perché circoscritta entro confini decisi a priori.
Ageismo e sessismo
Se l’ageismo contribuisce a ridurre l’accesso alle cure delle donne anziane con cancro al seno, il sessismo ne costituisce spesso il terreno culturale di fondo. Non si tratta di due forme di discriminazione separate, ma di processi che si intersecano e si amplificano reciprocamente. Essere donna e anziana significa esporsi a una doppia svalutazione: come paziente e come soggetto sociale.
Nella cultura occidentale e patriarcale, il corpo delle donne è stato storicamente interpretato in modo strumentale, acquisendo valore nella misura in cui risponde a funzioni socialmente riconosciute. Il seno, in particolare, è stato a lungo investito di significati simbolici legati alla femminilità, all’attrattività sessuale e alla maternità, in quanto fonte di nutrimento. Con l’invecchiamento, queste funzioni sembrano venir meno: il seno perde rilevanza simbolica e tende a essere percepito come un elemento residuale, privo di significato identitario.
In questo contesto culturale, la perdita di un seno in età avanzata viene spesso considerata irrilevante, come se non avesse alcun impatto sull’immagine di sé, sull’intimità o sulla qualità della vita. Questa visione, tutt’altro che neutra, finisce per orientare anche le scelte cliniche. Quando, a parità di indicazione medica, alle donne anziane viene proposta più frequentemente una mastectomia radicale rispetto a un intervento conservativo, o quando la possibilità di una ricostruzione mammaria non viene nemmeno discussa, non siamo di fronte a una semplice valutazione prudenziale. Si delinea piuttosto una gerarchia implicita dei corpi ritenuti degni di essere preservati.
Il sottotesto è esplicito: il corpo giovane è percepito come portatore di valore, desiderio e futuro; quello anziano come un corpo “inutile”. Emblematica, in questo senso, è l’affermazione riportata in un’indagine del 2014 da parte di un medico: “One boob less after age 59: what’s the difference?”. Questa logica si riflette anche nella rappresentazione della sessualità. La donna anziana è spesso considerata asessuata, e tale presunzione ha conseguenze dirette sulla cura. Se la sessualità non è ritenuta rilevante, allora anche l’impatto delle terapie sull’immagine corporea, sull’intimità e sulle relazioni affettive tende a essere ignorato.
Il paradosso è evidente: mentre negli ultimi anni la qualità della vita e la dimensione sessuale sono entrate nel discorso oncologico rivolto alle pazienti più giovani, nelle donne anziane questo riconoscimento si interrompe bruscamente, come se il diritto al desiderio avesse una data di scadenza. Il sessismo, inoltre, non agisce solo dall’esterno. Molte donne anziane finiscono per interiorizzare queste narrazioni, dando luogo a forme di ageismo autodiretto e arrivando a percepire la rinuncia a determinate opzioni terapeutiche come una scelta naturale o inevitabile. In questi casi, ciò che appare come una decisione autonoma è spesso il risultato di una pressione culturale silenziosa, in cui il confine tra autodeterminazione e adattamento forzato diventa estremamente sottile.
Parlare di ricostruzione mammaria, immagine corporea e sessualità nelle donne anziane con cancro al seno non significa promuovere un ideale estetico né ignorare i limiti clinici. Significa riconoscere che la salute non si esaurisce nella sopravvivenza, ma comprende anche la salute mentale, le relazioni e il senso di sé. Contrastare il sessismo in oncologia vuol dire restituire alle donne anziane lo status di soggetti completi, capaci di desiderare, scegliere e decidere ciò che è importante per la propria vita, indipendentemente dall’età.
Come abbiamo visto, l’ageismo rappresenta un fattore di rischio spesso invisibile, ma concreto, per la salute delle donne anziane con cancro al seno. Le evidenze mostrano tuttavia che si tratta di un fenomeno modificabile. Contrastarlo richiede interventi su più livelli: una formazione specifica per i professionisti sanitari, l’estensione dei programmi di screening oltre i 70 anni, una maggiore inclusività nei trial clinici e, soprattutto, un cambiamento culturale che riconosca l’eterogeneità dell’invecchiamento. Le persone anziane non costituiscono un gruppo omogeneo e l’età cronologica, da sola, non può essere assunta come criterio decisionale sufficiente.
In questo contesto, la Valutazione Geriatrica Multidimensionale (VGM) rappresenta uno strumento chiave. Attraverso un’analisi integrata delle condizioni fisiche, cognitive, psicologiche e sociali, la VGM consente di personalizzare le scelte terapeutiche, evitando trattamenti eccessivamente aggressivi nelle persone fragili ma, al tempo stesso, contrastando l’undertreatment nelle pazienti anziane in buone condizioni generali. Una sua adozione sistematica nella pratica clinica italiana avrebbe il potenziale non solo di migliorare la sopravvivenza, ma anche di preservare la qualità della vita.
Rendere visibili i bias che attraversano la prevenzione e la cura è il primo passo per superarli. Garantire cure eque significa riconoscere ogni donna come una persona nella sua complessità, i cui bisogni non possono essere ridotti all’età anagrafica.
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