Non c’è film di Christopher Nolan che non porti con sé pareri opposti. Capolavoro assoluto per alcuni, opera con più di un dettaglio fuori posto per altri. Anche The Odyssey non sfugge a questa regola, ma tra chi lo ha visto è emerso soprattutto un tema ricorrente: quanto il film sia davvero fedele al poema di Omero.

La questione si manifesta fin da subito. Il regista, infatti, apre la sua versione con un personaggio che nel poema omerico non c’è. Si tratta di Sinone, interpretato da Elliot Page, il soldato greco che convince i troiani ad accogliere dentro le mura un enorme cavallo di legno, presentato come un dono della dea Atena. 

Sappiamo tutti come va a finire. Il cavallo entra in città tra i festeggiamenti, ma nella notte libera i soldati greci nascosti al suo interno, che danno fuoco a Troia e ne decretano la caduta. Da qui parte il lungo viaggio di ritorno di Ulisse verso Itaca. 

Di recensioni, pareri e contraddizioni, però, ne abbiamo già letti a sufficienza. In questo articolo vogliamo invece soffermarci su un aspetto meno discusso: le figure degli anziani – custodi di memoria, fedeltà e saggezza – che attraversano il racconto, quello scritto quasi tremila anni fa e quello portato oggi sul grande schermo.

L’Odissea di Nolan, in breve

Dopo la vittoria a Troia, Ulisse può finalmente dirigersi verso casa, ma il suo viaggio si trasforma in una serie ininterrotta di prove: mostri, sirene, tempeste, una discesa nel regno dei morti e una lunga sosta sull’isola della ninfa Calipso, che se ne innamora e lo trattiene offrendogli i fiori di loto, capaci di cancellare i ricordi. È proprio questo espediente a diventare la chiave narrativa del film, che si muove costantemente tra presente e memoria.

Nel frattempo, a Itaca, il figlio Telemaco cerca di proteggere la madre Penelope dai Proci, un gruppo di pretendenti che si contende la mano della regina, rimasta sola da vent’anni. Tra loro spicca Antinoo, che trova un’alleata nella serva infedele Melanto.

A tenere insieme l’intero racconto sono due leggi divine. Da un lato, quella della sacra ospitalità, che impone accoglienza a chiunque bussi alla porta; dall’altro, il rispetto dovuto ai morti. Ulisse è, sulla carta, il paladino di questi valori, ma è anche un uomo scaltro e senza troppi scrupoli, capace di infrangerli quando gli conviene. Per questo si sente perso, colpevole della morte di nemici e alleati, e desideroso di ristabilire un ordine interiore. 

Le figure degli anziani nell’Odissea

Nel mondo antico l’età avanzata, come abbiamo già imparato a conoscere in più occasioni, era spesso sinonimo di autorità morale e memoria storica. Nell’Odissea questo si traduce in alcune delle figure più toccanti del racconto: un profeta cieco che vede più di chiunque altro, un servo che non ha mai smesso di aspettare e una nutrice che riconosce il suo re da una cicatrice. 

Vediamole una per una, distinguendo (dove serve) tra il poema originale e le scelte compiute da Nolan.

Gli anziani assenti: Laerte e Anticlea

Prima di parlare dei presenti, vale la pena notare chi manca. Nel poema omerico, Laerte è il vecchio padre di Ulisse, ex re di Itaca, ritiratosi in campagna a lavorare la terra, consumato dal dolore per l’assenza del figlio. Sarà proprio il ritorno di Ulisse a restituirgli la forza, tanto da fargli imbracciare di nuovo le armi nel finale del poema. Accanto a lui c’è Anticlea, la madre di Ulisse, morta di crepacuore durante la sua assenza, che l’eroe incontra come ombra durante la discesa nel regno dei morti.

Nessuno dei due compare nel film di Nolan. È una delle assenze più discusse tra chi conosce bene il testo originale, perché elimina due dei momenti più commoventi del poema: il pianto disperato di Laerte e l’incontro straziante tra Ulisse e sua madre nell’oltretomba, in cui lui tenta invano di abbracciarla. 

Tiresia e il racconto dal regno dei morti

Tra gli anziani che invece sono rimasti nel film, una figura chiave che Ulisse incontra nel suo viaggio è Tiresia, il celebre indovino cieco di Tebe, qui interpretato da James Remar (già visto accanto a Nolan in Oppenheimer).

Ulisse lo cerca nell’Ade, il regno dei morti, perché solo lui può indicargli la strada del ritorno e metterlo in guardia dai pericoli che lo attendono.

Nella cultura greca la cecità è un tratto ricorrente legato alla vecchiaia e alla saggezza. Spesso, nel mito, chi ha perso la vista, ha guadagnato uno sguardo che non ha più bisogno degli occhi per vedere.

Eumeo, il servo che non perde le speranze

Fedele porcaro di Ulisse, Eumeo è tra i primi a sostenere il re tornato in incognito, schierandosi subito al suo fianco nella riconquista del palazzo. La sua lealtà lo rende una delle figure più nobili del poema, nonostante la sua condizione umile.

Nel film, interpretato da John Leguizamo, Eumeo diventa un uomo quasi completamente cieco; una scelta di Nolan che non ha alcun corrispettivo nel testo di Omero. Anche qui la scelta è simbolica. Infatti, se nel poema il gesto di Eumeo vale proprio perché lui vede e sceglie di accogliere il mendicante in incognito, nel film la fiducia nasce nonostante l’impossibilità di vedere. 

Nolan arricchisce inoltre questo personaggio con la storia di Argo, il cane di Ulisse. È proprio Eumeo, in un flashback, a raccontare a Telemaco come scelse il cucciolo che sarebbe diventato il compagno più fedele del padre – lo stesso Argo che, ormai vecchio e quasi cieco anche lui, riconoscerà il suo padrone al suo ritorno, in una delle scene più commoventi dell’intero film.

Euriclea, la nutrice fedele

Euriclea è la prima persona a riconoscere davvero Ulisse, dopo vent’anni, al suo ritorno a Itaca. Mentre gli lava i piedi, la donna nota una cicatrice sulla sua coscia, una ferita che conosce fin dall’infanzia del suo padrone. Basta quel segno perché capisca che il mendicante seduto davanti a lei è, in realtà, il re di Itaca.

È una delle scene di riconoscimento (anagnorisis) più famose di tutta la letteratura antica. Euriclea vorrebbe gridare di gioia, ma Ulisse le chiede il silenzio perché il momento della rivelazione pubblica non è ancora arrivato.

Più che una semplice nutrice, Euriclea rappresenta la memoria vivente della casa custodendo un passato che nessun altro conosce con la stessa precisione.

Mentore, la guida silenziosa

C’è un ultimo anziano che vale la pena menzionare, spesso trascurato nei racconti sull’Odissea: Mentore, nel film interpretato da Ryan Hurst. 

Nel poema è un vecchio amico di fiducia di Ulisse, a cui l’eroe affida la casa e l’educazione del figlio prima di partire per la guerra. Nel film di Nolan il suo ruolo di tutore di Telemaco resta centrale. Mentore, infatti, muore cercando di proteggere Telemaco che si salva solo grazie all’intervento di Ulisse, ancora travestito da mendicante. Nolan trasforma così un legame che nel poema restava sullo sfondo in una concreta prova di fedeltà che un anziano può offrire a chi gli è stato affidato.

Le cose che hanno in comune gli anziani di Nolan

Mettendo insieme questi personaggi – Tiresia, Eumeo, Euriclea, Mentore, e persino gli assenti Laerte e Anticlea – emerge un filo comune: nell’Odissea la vecchiaia è depositaria di valori che nessun altro personaggio può avere. Tiresia vede oltre la morte, Euriclea riconosce ciò che vent’anni di assenza avrebbero dovuto cancellare, Eumeo resta fedele quando la fedeltà non ha più alcuna prova a sostenerla, Mentore orienta chi ancora non sa chi diventerà.

Sono figure che costituiscono il legame tra il prima e il dopo, tra chi Ulisse era vent’anni fa e chi è diventato, tra la casa che ha lasciato e quella che ritrova. Sono quindi gli anziani, con la loro memoria e la loro fedeltà silenziosa, a trasformare il ritorno di Ulisse a Itaca in un vero e proprio ritorno a casa. 

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