La depressione è un disturbo che registra un picco di incidenza nella popolazione anziana. Nel rapporto tra depressione ed età senile, oltre ai fattori di rischio noti come lutti, perdita di autonomia, fragilità, solitudine e isolamento c’è un aspetto interessante legato ai correlati biologici della malattia. Ne abbiamo parlato con Patrizia Zeppegno, Professore Associato di Psichiatria, Università del Piemonte Orientale e animatrice del lunch seminar “Anziano depresso, il depresso anziano. Rischio suicidario e correlati biologici” tenuto nel contesto del progetto di Eccellenza nelle Scienze dell’Aging (15 ottobre 2019) dedicato a questo argomento.

La depressione è una malattia del fisico o della psiche e, nello specifico, quali sono i meccanismi biologici coinvolti?

La depressione non può assolutamente essere definita una malattia del fisico. Per le forme di depressione endogena, quella che attualmente viene chiamata depressione maggiore, si può ipotizzare il coinvolgimento di meccanismi biologici, quindi di processi che regolano le funzioni del nostro corpo. Nel tempo sono state studiate diverse ipotesi tra cui il ruolo degli ormoni nella depressione, in particolare del cortisolo e dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che coordina i sistemi di risposta dell’organismo allo stress; oppure il ruolo dei neurotrasmettitori, sostanze chimiche che veicolano informazioni tra i neuroni, su cui agiscono i farmaci antidepressivi che abbiamo attualmente a disposizione.
Più recentemente, molta attenzione ha ricevuto l’ipotesi infiammatoria della depressione, secondo cui il disturbo sarebbe il risultato di un processo infiammatorio che coinvolge l’organismo e che si estende al cervello. Tuttavia, a oggi non esistono dei biomarcatori specifici; in altri termini, non esistono esami del sangue, ormonali o genetici, il cui risultato sia indicativo della presenza di depressione. D’altra parte vi sono forme in cui giocano un ruolo fattori psicologici più che biologici; e ancora, bisogna prestare attenzione alla confusione, nel linguaggio quotidiano, tra “tristezza” e “depressione”, dal momento che esistono tristezze che non possono e non devono essere considerate alla stregua di malattie.

Cosa sono i biomarcatori della depressione e in che modo possono essere utili nella diagnosi e nell’impostazione della terapia?

Un biomarcatore è un indicatore biologico, genetico o biochimico che può essere messo in relazione con l’insorgenza o lo sviluppo di una patologia. Un buon biomarcatore, per essere tale, dovrebbe presentare una correlazione specifica con la malattia e poter essere determinato con precisione e in tempi brevi. Avendo un alto valore prognostico e predittivo, l’utilità dei biomarcatori è quella di essere in grado di predire una malattia e di indirizzarla verso quei trattamenti che potrebbero avere maggior successo. Ma, come già detto, non esistono a oggi biomarcatori specifici per la depressione.

Perché l’infiammazione è un fattore di rischio di depressione nell’anziano? E quali sono i marker che dimostrano questa correlazione?

L’infiammazione nell’anziano (inflammaging) è un correlato di varie condizioni, al limite tra fisiologia e patologia, che caratterizzano l’età senile. Il suo ruolo causale o come fattore di rischio deve essere ancora più precisamente determinato, e i marker di infiammazione non sono altamente specifici per la depressione.

Gli anziani sono una categoria a rischio per la depressione? Più le donne o gli uomini?

La depressione, a prescindere dalle età, è una patologia più frequente nelle donne che negli uomini. Queste differenze di genere non hanno una causa univoca; sicuramente sono implicati l’assetto ormonale e genetico e gli aspetti correlati all’infiammazione. Possiamo distinguere il depresso anziano, cioè la persona che ha sofferto in età giovane-adulta di depressione, e che invecchia, e l’anziano depresso, colui che non ha una storia di depressione alle spalle, ma la sviluppa in età avanzata. In linea generale, alcune criticità specifiche della depressione nella popolazione over 65 includono problemi di diagnosi differenziale, per esempio rispetto a un iniziale decadimento cognitivo, e difficoltà nel trattamento per una differente risposta ai farmaci, interazioni con terapie concomitanti e comorbilità organiche. Un conto è prescrivere un antidepressivo a un soggetto in buona salute, che non assume altre terapie concomitanti. Più complessa può essere la scelta del farmaco in soggetti in politerapia, dovendo tenere conto delle interazioni farmacologiche e dell’impatto dei possibili effetti collaterali.

Si può ipotizzare una terapia personalizzata della depressione?

Quando parliamo di terapia personalizzata intendiamo una terapia che tenga conto delle specifiche caratteristiche dell’individuo e della malattia di cui soffre. Per esempio, ci sono soggetti che metabolizzano più o meno rapidamente determinati farmaci, che ovviamente andranno prescritti a posologie differenti; in ogni caso, a oggi, non sono routinari gli esami che valutano tali aspetti. Forse in futuro si potrà ipotizzare una terapia personalizzata della depressione, quando saranno identificati specifici biomarcatori e le conoscenze biologiche sulla patologia saranno più approfondite. Tuttavia, un approccio personalizzato è necessario per qualsiasi patologia, inteso nel senso di un approccio fondato sulla relazione e sulla unicità dell’incontro tra medico e paziente.

Nella depressione senile è coinvolto anche il sistema immunitario?

Molti studi supportano il ruolo di disfunzioni del sistema immunitario, che si manifesta come infiammazione sistemica di grado lieve, come caratteristiche della depressione. La ricerca ci dice di sì, ma le implicazioni e i risvolti terapeutici restano da chiarire.

L’uso di farmaci antinfiammatori può essere utile nei soggetti depressi?

Al momento vi sono studi in cui farmaci antinfiammatori sono stati utilizzati in aggiunta a farmaci antidepressivi, che hanno dimostrato risultati incoraggianti e promettenti, ed è stato suggerito che gli antidepressivi stessi potrebbero avere un effetto antinfiammatorio. Non è comunque al momento possibile definire con certezza l’utilità dell’effetto antinfiammatorio nel trattamento della depressione e, nella pratica clinica, non si utilizzano i farmaci antinfiammatori.

Può dare qualche indicazione sui trattamento non farmacologico e sulla prevenzione sia nel caso del depresso anziano, sia dell’anziano depresso?

Il trattamento non farmacologico della depressione nell’anziano può includere tipi diversi di interventi, da quelli psicoterapeutici a terapie occupazionali, a terapie che utilizzano per esempio la musica, la danza. Occorre tuttavia ricordare che quando si tratti di depressione endogena non è possibile prescindere da un supporto farmacologico al paziente. Per quanto riguarda la prevenzione, nel depresso anziano, come lo abbiamo definito in precedenza, è importante prestare attenzione al decorso della patologia nel tempo, e modulare le terapie in modo adeguato; nell’anziano depresso, potrebbe essere utile agire preventivamente su fattori come la solitudine, i vissuti di hopelessness (mancanza di speranza) ed helplessness (senso di impotenza), che spesso si correlano alla depressione.

 

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