Tra le prima cose che mi siano mai piaciute,  secondo i racconti di mia mamma, c’era leggere. Non molte cose, ma una specifica: il Topolino, il fumetto Disney che esce ormai in edicola da oltre settant’anni. Lo leggevo la mattina appena sveglia, la sera prima di dormire, persino durante i pasti perché mi interessava più del cibo stesso.

Da quel momento in poi, ogni fase della mia vita mi ha visto lasciare e perdere interesse in molte attività, tranne che nella lettura. Fino a cinque anni fa concentrata soprattutto sulla narrativa, e poi, sempre più, anche sulla saggistica. Nei libri ho trovato – in ordine sparso – rifugio, comprensione, conforto, insegnamenti, cose che non sapevo di voler fare o emozioni che avrei voluto provare. Con loro ho iniziato a sognare, immaginare, desiderare e, nel tempo, a crescere.

Se provo a pensare al futuro, una cosa la so per certo. Gli anni passeranno ma la mia voglia, o forse il mio bisogno, di leggere non passerà. 

Mi sono però chiesta: tra trenta o quarant’anni, troverò nei libri le stesse cose che trovo oggi? E, immedesimandomi in personaggi che come me, non saranno più così giovani, che cosa mi racconteranno? Forse storie diverse, ma – mi dico – non di meno valore. 

Cosa ci danno i libri quando invecchiamo

Per rispondere alla mia prima domanda, ho trovato uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Reading Research Quarterly. Le autrici hanno intervistato alcuni lettori dai sessant’anni in su per capire come i ben documentati benefici della lettura durante l’invecchiamento si manifestassero in una fase più avanzata della loro vita. Sono emerse tre aree principali: i sentimenti positivi che derivano dalla lettura, la connessione che si instaura con i personaggi e gli eventi della storia, e la crescita personale

Sul primo punto, i lettori hanno raccontato stati d’animo molto vari – speranza, nostalgia, conforto, rilassamento, necessità di trovare un rifugio dalla vita quotidiana – ma mi ha colpito che apprezzassero anche le emozioni più difficili. Anzi, i testi emotivamente più impegnativi erano spesso ricercati perché capaci di offrire spunti di riflessione più profondi. Inoltre, la lettura è diventata anche un porto sicuro e una parte della loro identità, come esprime una lettrice: «Leggere significa avere un posto dove andare quando senti di non appartenere da nessuna parte. Puoi andare in un libro e trovi che lì sei a casa».

Quanto alle connessioni con i personaggi, i partecipanti ne hanno parlato con un coinvolgimento che superava la simpatia, quasi a dimostrare una sincera preoccupazione per i destini dei loro beniamini letterari. Questo tipo di connessione può risultare così profondo da trasferirsi nelle relazioni quotidiane, rendendo i lettori più empatici anche verso chi attraversa difficoltà che loro non hanno mai vissuto. D’altronde, l’assenza stessa di un legame emotivo con un libro può anche decretarne l’abbandono. Quante volte ci è capitato di non riuscire proprio a “entrare” in una storia e, quasi senza accorgercene, non abbiamo più riprovato a leggerla? 

Anche per la crescita personale, i benefici rilevati sono molti: maggiore consapevolezza e senso di sé, incoraggiamento al pensiero critico, possibilità di conoscere qualcosa di nuovo e comunicare meglio con gli altri. Una partecipante, ad esempio, spiega: «Ci sono molte cose che capisco di me stessa che i libri mi hanno mostrato. Non vuol dire che sono cambiata, ma che mi vedo più chiaramente».

Un aspetto importante da considerare è che alla base di questi benefici deve esserci un ingaggio profondo del lettore con il suo libro, sia a livello cognitivo che affettivo. Deve instaurarsi quella che gli inglesi chiamano absorption, un’immersione totale che sfuma i confini tra noi stessi e la storia che leggiamo, e che rende le emozioni dei personaggi anche le nostre. In fondo, ogni libro è un incontro: ci siamo noi, con il nostro bagaglio di esperienze e letture passate, una storia sconosciuta, e persone che non abbiamo mai incontrato. Da ognuno di questi incontri emerge un risvolto personale che, in qualsiasi caso, non può che essere ricco di potenziali scoperte. 

Gli anziani della letteratura

Passando alla mia seconda domanda, ho cercato, negli spazi della letteratura, dei personaggi più anziani che, proprio perché lontani dalla propria gioventù e dalle sue possibilità, hanno da raccontare qualcosa di profondo e, spesso, sottovalutato. Ho trovato alcuni esempi interessanti, forse più di quanti ne immaginassi, e ho provato a raggrupparli.

Il primo gruppo è quello dei mentori: sono le figure anziane che guidano i protagonisti meno esperti, orientano le loro scelte morali e spesso diventano fondamentali per il completamento di una missione. Nei romanzi fantasy troviamo lo stregone Gandalf nel Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, e il mago Albus Silente in Harry Potter di J.K. Rowling, nei quali l’età diventa il segno visibile di un’autorità che nessun altro personaggio potrebbe possedere.

Nella narrativa italiana, c’è Guglielmo da Baskerville ne Il Nome della Rosa di Umberto Eco, che nell’indagare insieme al suo assistente Adso sbaglia, dubita e fa ironia su se stesso. Oppure c’è Morrie Schwartz, il professore universitario malato di SLA ne I miei martedì col professore di Mitch Albom, che trasforma le ultime settimane della propria vita in lezioni sulla vita, sull’amore, sul perdono, e sulla morte, riservate all’autore stesso, un suo vecchio allievo.

Seguono i ribelli, che si reinventano o continuano a essere se stessi anche se la società li vorrebbe diversi. C’è Olive Kitteridge, protagonista dell’omonimo romanzo di Elizabeth Strout, lontanissima dalle nonne letterarie che possiamo immaginare: una donna brusca, quasi scomoda, con la capacità di osservare attentamente il mondo e le sue fragilità. E poi Martha Andersson, settantanovenne ne La banda degli insoliti ottantenni di Catharina Ingelman-Sundberg, che organizza una rapina al museo con i suoi compagni della casa di cura – un luogo di azione tragicomica – con la convinzione che la prigione possa offrire loro condizioni migliori di quelle attuali. 

Poi ci sono i tenaci come Santiago ne Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, che a ottantaquattro anni ingaggia un’epica battaglia con un pesce gigante, e i viandanti come Harold Fry che, nel romanzo di Rachel Joyce L’imprevedibile viaggio di Harold Fry, intraprende un viaggio per raggiungere un’amica malata e, mentre cammina, compie un “percorso” diverso dentro di sé. 

E infine chiudiamo con i personaggi che diventano insostituibili custodi di memoria, come Úrsula Iguarán di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, che resta il centro irremovibile dell’intera famiglia Buendìa fino a quasi cent’anni, gestendo la casa e la realtà quotidiana dei familiari.

O chi si trasforma in uno specchio per fare i conti con il proprio passato, come Isak Borg, misantropo professore ne Il posto delle fragole di Ingmar Bergman, che ripercorre in sogno tutta la propria vita scoprendo in ritardo i propri limiti affettivi; o Cesare Annunziata, anziano napoletano burbero e disincantato de La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone, alle prese con una faccenda in cui non vuole impicciarsi, ma che gli farà scoprire molto su se stesso.  

Di categorie forse ne ho dimenticata qualcuna, ma mi sono bastate per capire una cosa: tutti questi personaggi non vivono imprese eroiche in senso stretto, ma diventano eroi nella forza con cui non rinunciano all’imprevedibilità della vita, aiutano gli altri, o si lanciano alla ricerca di un nuovo senso da dare alla propria esistenza. Lo sono, in fondo, nel modo in cui restano se stessi, nonostante gli acciacchi dell’età, l’energia che vacilla, il modo in cui la società li guarda, o la vita che non hanno vissuto come avrebbero voluto.   

Quando leggevo Topolino, non avrei mai potuto pensare tutto questo. E ancora oggi forse non sono in grado di dare realmente valore a personaggi come questi, di cui ho sottovalutato la forza e l’importanza, o in cui non riuscivo a identificarmi. Allora ho provato a rispondermi che, tra molti anni, forse la mia esperienza con i libri si adatterà a quello che avrò vissuto, ma le sensazioni – e i benefici – non saranno per forza diversi o meno forti di quelli di oggi. I personaggi saranno gli stessi, ma in un futuro che ancora non immagino, riuscirò a sentirli più vicini.

 

Bibliografia

  • Currie, N.K., Wilkinson, K. and McGeown, S. (2025), Reading Fiction and Psychological Well-being During Older Adulthood: Positive Affect, Connection and Personal Growth. Read Res Q, 60: e605. https://doi.org/10.1002/rrq.605
  •  Poerio, G. & Totterdell, P. (2020). The Effect of Fiction on the Well-Being of Older Adults: A Longitudinal RCT Intervention Study Using Audiobooks. Psychosocial Intervention, 29(1), 29 – 38. https://doi.org/10.5093/pi2019a16
  • Avni Bavishi, Martin D. Slade, Becca R. Levy, A chapter a day: Association of book reading with longevity, Social Science & Medicine, Volume 164, 2016, Pages 44-48, ISSN 0277-9536, https://doi.org/10.1016/j.socscimed.2016.07.014.





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