Dire quanto la memoria e l’identità costituiscano una parte fondamentale della nostra vita, non è solo evidente agli occhi di tutti, ma è anche ciò che ci permette di non svegliarci ogni mattina come perfetti sconosciuti. Memoria e identità, potremmo dire, permettono alla nostra vita di essere una biografia coerente e coesa, donando a essa un senso di continuità. Accanto alla nostra biografia, tuttavia, cammina di pari passo il bisogno di raccontarla e condividerla, o, in altri termini, il bisogno di narrarla.
Proprio in quanto narratori, siamo e preceduti da identità e memoria quali elementi che attribuiscono credibilità ai nostri racconti. Infatti, gran parte di ciò che ascoltiamo tutti i giorni è considerato degno di attenzione proprio perché credibile e, si suppone, attinente a qualcosa di vero. Per quanto, la verità sia da un lato ciò su cui tendiamo a basare le nostre narrazioni, essa è anche, dall’altro, ciò su cui si fonda la dimensione dell’ascolto.
Errori narrativi
Nelle vesti di narratori, in particolare, ci sarà capitato di cambiare qualche dettaglio di un avvenimento per renderlo più accattivante alle orecchie del nostro ascoltatore, o, senza volerlo, di essere stati vittime delle cosiddette “false memorie” – ovvero il ricordare un evento mai accaduto o ricordarlo in modo molto diverso dalla realtà. Queste distorsioni narrative fanno parte di noi e del nostro vivere quotidiano. Certo è che difficilmente saremmo disposti ad accettare di non avere più credibilità perché ogni tanto edulcoriamo qualche discorso, o ci ricordiamo qualcosa in modo errato.
In senso narrativo, potremmo dire che sulla scarsa frequenza di queste distorsioni si basa la possibilità di rivendicare l’attinenza al vero dei nostri racconti e di pretendere un ascolto serio e partecipato. Se queste false memorie sono poco frequenti, potremmo denominarle “errori involontari occasionali”. Esiste tuttavia un caso in cui questi errori non sono più solo occasionali e diventano, al contrario, ricorrenti. Tali “errori involontari ricorrenti” vengono definiti in ambito clinico confabulazioni. Nelle confabulazioni, le distorsioni nei racconti diventano sistematiche e costanti. Vediamone ora due esempi significativi.
“C’è solo un piccolo problema”
Esempio 1
Dottore: Mi parli un po’ di lei. Quanti anni ha?
Paziente: Ho 40, 42, mi scusi, 62 anni.
D: è sposato o single?
P: Sposato.
D: Da quanto è sposato?
P: Circa 4 mesi.
D: Qual è il nome di sua moglie?
P: Martha.
D: Quanti bambini avete?
P: Quattro. [Ride]. Niente male per 4 mesi!
D: Quanti anni hanno?
P: Il più grande, Bob, 32, il più piccolo, Joe, 22.
D: Come ha avuto 2 figli in 4 mesi?
P: Sono adottati.
D: Chi li ha adottati?
P: Io e Martha.
D: Subito dopo esservi sposati avete voluto adottare questi ragazzi così grandi?
P: Li abbiamo adottati prima di esserci sposati.
D: Non le sembra un po’ strano?
P: [Ride] Sì, è un po’ strano.
(Moscovitch 1995, 227-8).
Esempio 2
“Che cosa le do oggi?” dice sfregandosi le mani. “Due etti di crudo? Un po’ di affumicato?”
(Evidentemente mi vedeva come un cliente; spesso rispondeva al telefono del reparto con un: “Gastronomia Thompson”).
“Oh signor Thompson!” esclamo io. “Per chi mi prende?”.
“Buon Dio, con questa luce non ci si vede proprio: ti avevo scambiato per un cliente, caro il mio vecchio Tom! Io e l’amico Tom Pitkins” sussurra all’infermiera “andavamo sempre alle corse insieme”.
“Si sbaglia di nuovo signor Thompson”
[…]
Si sfregò ancora le mani, da perfetto salumiere, e cercò con lo sguardo il banco.
Non trovandolo, mi sbirciò di nuovo con aria strana.
“Dove sono?” […] “Credevo di essere nel mio negozio, dottore. Devo essermi distratto […] Non sarò mica diventato matto?”
“No, signor Thompson. Non è diventato matto. C’è solo un piccolo problema di memoria […]”
“È un po’ che la memoria mi gioca qualche scherzetto […] A volte mi sbaglio, scambio una persona per l’altra… Be’, che cosa le do? Affumicato o crudo?”.
(Sacks 1985, 150-1).
Questi due brevi estratti ci mostrano le confabulazioni in tutta la loro natura fantastica, comica e tragica.
Un breve approfondimento
Cosa sono effettivamente le confabulazioni e come vengono considerate da un punto di vista clinico?Esse sono a tutti gli effetti delle narrazioni false o errate riguardanti sé stessi, uno o più avvenimenti, o il mondo circostante, che però il soggetto reputa vere.
A oggi, sono state svolte numerose ricerche che hanno identificato diversi tipi di confabulazioni, diverse cause scatenanti, e, soprattutto, il senso che queste hanno per il confabulatore. Esse sono il tentativo di mantenere una coerenza del sé e, seppur fallaci nel risultato, l’intento che le genera è cercare di recuperare e dare un senso alla propria biografia e alla propria esistenza, soprattutto se minacciata nelle sue fondamenta più intime Non è difficile immaginare le patologie che, perturbando memoria e identità, possono essere alla base delle confabulazioni: dalle demenze alla malattia di Alzheimer, dalle fasi acute di delirio fino agli aneurismi e ai traumi cranici.
Tra patologia e normalità
Il fatto di trovarsi di fronte a quelle che a prima vista possono apparire soltanto come elucubrazioni irrazionali e insensate rischia di mettere in ombra la grande importanza che le confabulazioni hanno per la persona.
Facciamo però ora un piccolo passo indietro e torniamo sulla distinzione che avevamo fatto prima tra “errori involontari occasionali” ed “errori involontari ricorrenti”. Questa differenza è infatti particolarmente importante, poiché, nella pratica, si declina come la discrepanza tra quelle che sono “false memorie” e “confabulazioni”. Le prime possono essere vissute da chiunque, le seconde invece contraddistinguono necessariamente un disturbo clinico. L’errore ricorrente diventa, quindi, il solco tra il normale e il patologico, tra il sano e il malato.
Se questo confine sembra a prima vista ben saldo e certo, quantomeno da un punto di vista prettamente pratico, è forse cambiando prospettiva che tale demarcazione comincia a essere più sfumata e, al posto degli elementi di differenza tra il confabulare e colui che ricorda in modo errato, comincia a emergere ciò che accomuna entrambi.
Prossimità e ascolto
Sia il confabulatore che il “soggetto sano” condividono una disposizione d’animo fondamentale: entrambi non hanno intenzione di mentire e, al contrario, credono alla verità di quello che raccontano. Questo elemento, se da solo non è sufficiente per considerare le confabulazioni come memorie errate e viceversa, lo è invece nel riconsiderare e mettere in discussione la pratica comune dell’ascolto. Come abbiamo detto, gli elementi della verità e della credibilità giocano un ruolo sociale fondamentale nelle nostre narrazioni e nell’ascolto altrui.
Vogliamo però mettere in discussione questa correlazione tra verità/credibilità e ascolto, chiedendoci se ci sia davvero bisogno che l’attinenza al vero raggiunga un certo grado di affidabilità affinché si presti un ascolto attento e interessato a una narrazione? È degno di rispetto e immedesimazione solo un racconto effettivamente vero? E, in ultima istanza, siamo disposti a discriminare il nostro ascolto sulla base della distinzione tra patologia e normalità ?
Se non è soltanto mettendosi nella posizione di ascoltatori responsabili ed empatici che possiamo immaginare una guarigione in senso prettamente medico, è altrettanto vero che è possibile immaginare un prendersi cura su queste basi, vale a dire un avvicinarsi e fare propria la vulnerabilità dei confabulatori che, tramite le loro narrazioni fantastiche, cercano di dare un senso e un valore alla propria vita. In fondo, è questa cura che condivide con la medicina uno dei suoi aspetti più importanti: la volontà di aiutare l’altro che soffre.
Bibliografia
- Canguilhem, G. (1966). Le normal et le pathologique. Presses Universitaires de France.
- Gatti, D., Stockner, M., Allegrini, E., Grassilli, M. E., Matteucci, V., Mignone, C., & Mazzoni, G. (2021). I due volti del falso ricordo: tra distorsioni adattive e confabulazioni, alcune implicazioni per la testimonianza. Sistemi Intelligenti, 33(3), 541-562. https://doi.org/10.1422/101740.
- Moscovitch, M. (1995). Confabulation. In D. L. Schacter, J. T. Coyle, G. D. Fischbach, M. M. Mesulum, & L. G. Sullivan (Eds.), Memory distortion: How minds, brains and societies reconstruct the past (pp. 226–251). Harvard University Press.
- Sacks, O. (1985). L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (G. Vitale, Trad.). Adelphi.
- Stammers, S. (2018). Confabulation, explanation, and the pursuit of resonant meaning. Topoi, 39(1), 163–173.https://doi.org/10.1007/s11245-018-9616-7.
