“Il Terzo Paradiso è la fusione tra il primo (natura) e il secondo paradiso (artificio, creato dall’uomo). È la terza fase dell’umanità, realizzata come connessione equilibrata tra artificio e natura.”

(Michelangelo Pistoletto)


Con queste parole l’artista Michelangelo Pistoletto spiega il suo progetto artistico e filosofico, che propone uno scenario in cui uomo e natura siano (proprio per natura!) perfettamente integrati. Checchè se ne dica, il legame dell’essere umano con l’ambiente che lo circonda è ancestrale. Lo stesso termine “paradiso” significa “giardino protetto”. Secondo le religioni monoteiste, l’umanità è nata in un giardino e la relazione con la natura diventa quindi viscerale, come in un grembo materno. Queste considerazioni stanno alla base di alcune teorie che fanno della connessione uomo-ambiente il caposaldo per raggiungere un completo benessere, e che, come è emerso dai più recenti studi, hanno alla base solide spiegazioni scientifiche. Un esempio è la teoria della biofilia.

Cecità selettiva e biofilia

Nel 1999 i botanici Schussler e Wandersee coniarono un termine che riassume l’incapacità di notare le piante, “plant blindness”, ovvero cecità alle piante, i cui sinonimi e potenziali evoluzioni sono “plant neglect” (incuria verso le piante), zoocentrismo o zoosciovinismo. In parole semplici, la cecità alle piante comprende fenomeni come il non notare il mondo vegetale e considerarlo inferiore al mondo animale. Sono due le ipotesi proposte a spiegazione di questa attitudine. Secondo la biologia, il sistema visivo umano è naturalmente predisposto a dare priorità a ciò che varia, agli oggetti in movimento o a quelli più familiari, caratteristiche che le piante, immobili, quasi sempre verdi e così diverse dai componenti del regno animale, spesso non soddisfano.

Ci sarebbe però anche un motivo culturale, che spiegherebbe perché alcune comunità indigene dell’Asia o dell’America centro-meridionale mostrano invece un attaccamento speciale, al patrimonio vegetale in cui vivono, conferendo alle piante proprietà medicinali, a volte magiche, o attribuendo loro un significato religioso o mitologico. Nel mondo occidentale, la cecità al vegetale ha tra le sue cause l’educazione zoocentrica  e la progressiva urbanizzazione delle società economicamente più avanzate e improntate allo sviluppo industriale e al guadagno.

Nella quotidianità in cui viviamo, sono lontani i tempi in cui il contadino sfruttava sì la natura, ma restava in continuo dialogo con essa, in una condizione di mutuo scambio e reciproco rispetto. Lo faceva all’interno di una società più lenta, scandita dal ritmo delle stagioni, dalla luce e dal variare dei fenomeni atmosferici. Oggi, invece, le piante restano per noi in un generico “verde”, come scrive il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, e la cecità alle piante è incrementata dal fatto che gran parte della popolazione è sempre meno esposta all’ambiente naturale. Le possibili conseguenze sono il disinteresse verso il mondo vegetale, il suo sfruttamento a scopo di lucro o fenomeni di vandalismo motivati dalla convinzione che le piante non sono degne di rispetto.

La reazione opposta a questo fenomeno è la biofilia (dal greco “bíos”, vita, e “philia”, amicizia, affetto, attrazione, tendenza verso), termine introdotto dallo psicanalista Erich Fromm e successivamente teorizzato dal professore universitario americano Edward O. Wilson, che nel 2002 la definì come “la tendenza innata a concentrare la nostra attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarvisi emotivamente”. La natura, piante incluse, non sarebbe quindi solo affascinante, ma un bisogno imprescindibile, fisico e psicologico, dal momento che l’essere umano, insieme agli altri esseri viventi, fa parte di una “rete di vita” e, per questo, non ama semplicemente la natura, ma è esso stesso natura. 

Il nostro equilibrio dipende quindi anche dal grado di connessione con gli elementi naturali, la cui mancanza (il cosiddetto “nature-deficit”), sempre più comune oggi, potrebbe essere alla base, almeno in parte, di stress, depressione o patologie fisiche, come l’aumento delle allergie. Secondo l’ipotesi dell’igiene, infatti, è proprio la scarsa esposizione a potenziali allergeni durante l’infanzia (tra cui i pollini delle piante), derivata dal divieto di “sporcarsi le mani” imposto dai genitori, la responsabile dell’impennata di allergie, forme d’asma e malattie autoimmuni a cui si sta assistendo negli ultimi decenni.

L’effetto pollice verde

Posto che la biofilia è intrinseca alla natura umana stessa, recentemente ci si è chiesti se il legame con la natura e le attività svolte a contatto con essa possano essere un vantaggio anche in termini di salute, sia fisica che psicologica. Uno studio scozzese, unico nel suo genere, ha indagato se ci potesse essere un legame tra il giardinaggio e i cambiamenti delle capacità cognitive nel corso della vita analizzando 467 soggetti tra uomini e donne appartenenti alla cosiddetta coorte Lothian (dal nome di una regione scozzese).

La particolarità di questo gruppo risiede nel fatto che tutti i partecipanti sono nati nel 1921 e tutti, nel 1932, quando avevano 11 anni, hanno partecipato a un test di intelligenza all’interno di un sondaggio sulla salute mentale promosso dal Consiglio Scozzese per la Ricerca e l’Educazione. Tra il 1999 e il 2001, gli stessi soggetti, ormai ottantenni, sono stati richiamati per sottoporsi a test fisici e cognitivi e rispondere a domande su stile di vita, salute e occupazione.

In questo modo, si è potuta ottenere una panoramica della loro salute cerebrale nel corso della vita. Il monitoraggio è stato infine ripetuto all’età di 83, 87 e 90 anni per valutare l’eventuale declino cognitivo nella (per molti) ultima decade di vita. I risultati sono apparsi piuttosto interessanti: chi si dedicava al giardinaggio era in media più istruito, aveva un indice di massa corporea più basso e presentava punteggi più alti ai test cognitivi sia da bambino che da ottentenne. Inoltre, non solo occuparsi del verde ma anche la frequenza di questa attività si associavano a un guadagno cognitivo nel corso della vita o comunque a un minor declino della salute cerebrale. In altre parole, sembra esserci un vero e proprio effetto dose-risposta che farebbe del giardinaggio una sorta di terapia preventiva per la salute del cervello.

Sicuramente il giardinaggio ha un effetto positivo generale sul benessere fisico. L’attività prevalentemente aerobica che questo passatempo comporta come vangare, rastrellare, seminare o potare, migliora il profilo cardiovascolare e metabolico e riduce diversi fattori di rischio, contribuendo nel lungo termine a un calo della mortalità e dell’incidenza di diabete di tipo 2 e di patologie cardiache. Anche le ossa traggono vantaggio da questa attività: si riduce infatti il rischio di osteoporosi, tasto dolente nella popolazione anziana, soprattutto tra le donne.

Stare in piedi, spostarsi frequentemente o sollevare pesi sono tutti stress meccanici che stimolano la deposizione di fibre di collagene e minerali da parte degli osteoblasti, contribuendo al rafforzamento osseo. Senza contare che lo stare all’aria aperta ci espone alla luce del sole, contribuendo alla sintesi di vitamina D, altra grande alleata della salute ossea, e al miglioramento dell’umore e della qualità del sonno. 

L’attività fisica connessa alla cura del verde, svolta anche solo per 20 minuti, avrebbe anche un effetto più specifico sul cervello, facendo aumentare i livelli di alcuni fattori di crescita tra cui il BDNF (Brain-derived neurotrophic factor, fattore neurotrofico cerebrale), il VEGF (Vascular endothelial growth factor, fattore di crescita dell’endotelio vascolare) e il PDGF (Platelet-derived growth factor, fattore di crescita piastrinico), che promuovono il flusso sanguigno cerebrale e la rigenerazione neuronale

I benefici riguardano inoltre la sfera psicologica. Già nei giardinieri in erba si è notata una riduzione dei livelli di ansia, stress e depressione e in generale un miglioramento del senso di benessere. Soggettività a parte, i risultati si sono visti anche sulla carta. Uno studio pubblicato sul Journal of Health Psychology ha dimostrato una netta riduzione dei livelli salivari di cortisolo, l’ormone dello stress. Questa diminuzione si notava anche solo dopo 30 minuti trascorsi all’aperto per dedicarsi al giardinaggio ed era più significativa di quella ottenuta dopo una mezz’ora di lettura seduti in poltrona, segno che la cura del verde, benché più faticosa fisicamente, può rivelarsi ancora più rilassante di un buon libro. 

Il giardinaggio, inoltre, stimola la mente: i pollici verdi devono essere creativi, progettare il proprio orto o angolo verde, abbinare specie vegetali sulla base delle diverse caratteristiche ed esigenze delle piante, il che implica la necessità di conoscere un repertorio minimo di esemplari, che a sua volta richiede un costante esercizio della memoria. È un vero e proprio circolo virtuoso che, a partire da un’attività di svago in molti casi persino divertente e/o rilassante, finisce per essere un toccasana anche in campo medico.

Per rimanere in tema, la spiegazione dietro questo fenomeno ha a che fare con un vero e proprio intervento di potatura e ricrescita, in questo caso non di rami bensì di sinapsi, le connessioni comunicative tra neuroni fondamentali per garantire l’attività cognitiva e il pensiero. È quello che sostiene la teoria del “use it or lose it”, che in italiano si traduce come “usalo o perdilo”. In pratica, più le sinapsi vengono stimolate, più si consolidano e resistono ai tentativi di “potatura neuronale”. Al contrario, una mente pigra, poco attiva e priva di stimoli esterni rischia di interfacciarsi con un giardiniere del cervello che ha la mano pesante quando si tratta di potare.

La conseguenza di questa plasticità sinaptica è la perdita di neuroni e della loro capacità di comunicare tra loro, fenomeno alla base dell’atrofia della corteccia cerebrale. Il giardinaggio, quindi, va a favore della prevenzione del decadimento cognitivo tipico di molti anziani e non esclusivo della malattia di Alzheimer. Uno studio sui fattori di rischio o protettivi della demenza lo ha addirittura quantificato, facendo emergere una riduzione del 36% del rischio tra i soggetti che si dedicano alla cura delle piante quotidianamente. 

Un batterio all’origine del buonumore

E che dire del buonumore che spesso il giardinaggio induce in chi lo pratica? È semplicemente dovuto a una riduzione dello stress? In realtà, è stata fatta una scoperta curiosa che spiegherebbe il motivo del perché la cura del verde rende felici: un batterio!

La scoperta di questo microrganismo ha dell’incredibile. Tutto ha inizio negli anni ’70, quando il dottor John Stanford tentò di comprendere come mai il vaccino anti-tubercolosi basato sull’iniezione del bacillo di Calmette-Guérin fosse più efficace in Uganda rispetto ad altre regioni del mondo. Scoprì che il suolo attorno al lago ugandese Kyoga era particolarmente ricco di un micobatterio, il Mycobacterium vaccae, a cui la popolazione era costantemente esposta durante la lavorazione della terra e il consumo dei suoi frutti. Stimolando il sistema immunitario, il microrganismo agiva in sinergia con il bacillo del vaccino, rendendolo più efficace.

Pochi anni dopo, l’oncologa Mary O’Brien, che lo stava sperimentando per potenziare la reazione immunitaria in pazienti con tumore al polmone, scoprì che i pazienti trattati riferivano di sentirsi più ottimisti ed energici. La letteratura scientifica ha dimostrato anche il perché: sembra infatti che questo microrganismo aumenti i livelli di serotonina, la molecola del buonumore, e stimoli la crescita neuronale, contribuendo alla riserva cognitiva del nostro cervello. Le sensazioni di benessere indotte dal giardinaggio e dal contatto fisico con la terra potrebbero perciò essere in parte spiegate dall’oggettiva presenza di un invisibile alleato del buonumore

Effetto pollice verde assicurato, quindi. La scienza sta insegnando che il giardinaggio non è un semplice passatempo, ma può rivelarsi un valido toccasana per la salute fisica, per il benessere e, perché no, per invecchiare un po’ di meno.

 

Bibliografia

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