Prendersi cura di una persona cara non significa soltanto assistere in senso pratico. Il caregiving può riguardare il lavoro, il senso di responsabilità, la gestione della distanza, le competenze che si costruiscono nel tempo e il carico emotivo che accompagna la cura. In questa prospettiva, anche la comunicazione con i professionisti diventa una parte importante dell’esperienza del caregiver.

In molte situazioni, infatti, il caregiver diventa il punto di collegamento tra ciò che accade a casa e i professionisti coinvolti nel percorso di cura. E’ lui o lei a raccontare se qualcosa è cambiato, se sono comparsi nuovi sintomi, se una terapia è stata seguita correttamente, se ci sono state cadute, difficoltà o comportamenti diversi dal solito. Molte informazioni importanti non emergono sempre durante una visita o un controllo, soprattutto quando la persona assistita fatica a ricordare, minimizza o non riesce a spiegare bene ciò che accade nella quotidianità.

Il caregiver, vivendo o seguendo da vicino la quotidianità della persona assistita, può osservare aspetti che non sempre emergono durante un colloquio o una visita programmata. Può notare se la persona mangia meno, dorme peggio, cammina con maggiore difficoltà, dimentica più spesso alcune cose o appare più stanca, confusa o irritabile rispetto al solito.

Questi elementi, se raccolti e comunicati in modo chiaro, possono aiutare i professionisti a comprendere meglio l’andamento della situazione. Il punto non è solo raccontare cosa è successo, ma riuscire a riportare le informazioni utili: quando è iniziato un cambiamento, quanto spesso si presenta, se peggiora, se si associa ad altri problemi e quali conseguenze ha ogni giorno. Per questo motivo, la comunicazione con i professionisti non dovrebbe essere improvvisata solo nel momento della visita.

Comunicare con i professionisti non è sempre semplice. Le visite possono essere brevi, le informazioni molte e il linguaggio non sempre immediato. Dopo un accesso in pronto soccorso, un ricovero o una dimissione, il caregiver può trovarsi a dover ricordare indicazioni diverse: farmaci da modificare, controlli da prenotare, sintomi da osservare, attività da evitare o segnali per cui chiedere nuovamente aiuto.

In questi momenti, la difficoltà non è soltanto capire ciò che viene detto durante il colloquio, ma riuscire a conservare quelle informazioni, ordinarle e trasformarle in azioni concrete. Per questo può essere utile che il caregiver chieda una comunicazione il più possibile chiara e concreta: quali indicazioni sono prioritarie, cosa deve essere fatto subito, cosa può essere rimandato, quali segnali devono preoccupare e chi contattare in caso di dubbi. Non si tratta di pretendere risposte a tutto, ma di uscire dalla visita con informazioni abbastanza ordinate da poterle applicare nella vita di tutti i giorni.

Quando le informazioni sono poco chiare o frammentate, il carico sul caregiver aumenta e questa difficoltà non dipende solo dall’attenzione data. Non tutti hanno la stessa familiarità con il linguaggio sanitario, la stessa possibilità di essere presenti alle visite o la stessa sicurezza nel fare domande. La comunicazione con i professionisti dovrebbe essere vissuta anche dal caregiver come uno spazio in cui chiedere ordine e chiarezza. Farsi ripetere un’indicazione, domandare cosa osservare nei giorni successivi o capire chi contattare in caso di dubbi aiuterà a rendere più gestibile ciò che dovrà accadere nella vita quotidiana.

Rendere più chiara la comunicazione tra caregiver e professionisti non significa aggiungere nuove responsabilità a chi già si prende cura. Significa, piuttosto, riconoscere che una parte importante della cura avviene proprio nel passaggio tra ciò che viene detto durante una visita e ciò che deve essere gestito nella quotidianità. Con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle condizioni croniche, sempre più persone si troveranno a svolgere questo ruolo di collegamento.

Riferimenti bibliografici

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