Negli ultimi anni il digiuno intermittente è diventato uno degli argomenti più discussi nel campo della nutrizione. C’è chi lo considera una strategia efficace per perdere peso, chi lo associa a una maggiore lucidità mentale e chi gli attribuisce effetti “anti-invecchiamento”. Ma cosa dice davvero la scienza?

Le evidenze disponibili indicano che il digiuno intermittente può rappresentare uno strumento utile per alcune persone, ma non è una dieta miracolosa né una soluzione valida per tutti. Come ogni intervento nutrizionale, deve essere adattato allo stato di salute e agli obiettivi individuali.

Alimentazione a tempo limitato (Time-Restricted Eating, TRE)

L’alimentazione a tempo limitato (Time-Restricted Eating, TRE) è una strategia nutrizionale che prevede di concentrare l’assunzione di cibo all’interno di una finestra temporale definita durante la giornata, prolungando di conseguenza il periodo di digiuno notturno. La durata della finestra alimentare può variare, ma uno degli schemi più diffusi è il cosiddetto 16:8, che consiste nel consumare tutti i pasti nell’arco di circa otto ore e digiunare per le restanti sedici. 

La prima versione del digiuno intermittente, che ha raggiunto una certa fama, è stata la dieta 5:2, resa popolare da Michael Mosley nel 2012, che prevede la riduzione delle calorie giornaliere a 500 o 600 (a seconda del sesso) in due giorni non consecutivi ogni settimana. Negli ultimi anni ha preso piede un regime meno drastico che prevede di mangiare in un arco di tempo limitato, prolungando semplicemente il digiuno notturno ad almeno 12 ore. Ciò può significare qualsiasi cosa, dall’evitare gli spuntini dopo una cena anticipata, fino alla versione 16:8, ovvero concentrare tutto il consumo di cibo in otto ore. Questo approccio può essere adottato con frequenze diverse: alcune persone lo praticano una o due volte alla settimana, mentre altre lo seguono quotidianamente. Esistono inoltre protocolli più flessibili, con finestre alimentari leggermente più ampie. Per chi desidera sperimentare il digiuno intermittente per la prima volta, le tre volte alla settimana rappresenta generalmente la modalità più semplice e meglio tollerata.

L’idea alla base di questi schemi alimentari è che, nel corso dell’evoluzione, i nostri antenati non avevano accesso continuo al cibo. La disponibilità degli alimenti dipendeva dalla caccia, dalla raccolta e dalla stagionalità, per cui periodi di digiuno si alternavano naturalmente a momenti di alimentazione. Da questa osservazione nasce l’ipotesi che l’organismo abbia sviluppato meccanismi di adattamento in grado di gestire efficacemente anche intervalli prolungati senza cibo. 

Che cos’è il digiuno intermittente e come funziona

Il digiuno intermittente non è una dieta, ma un modello alimentare che alterna periodi di alimentazione e periodi di digiuno. Non stabilisce cosa mangiare, ma quando mangiare.

Gli schemi più diffusi sono:

  • 12:12: prevede 12 ore di digiuno e 12 ore in cui è possibile alimentarsi. È il protocollo più semplice da seguire e può essere adottato, ad esempio, cenando entro le 20 e facendo colazione intorno alle 8 del mattino.
  • 14:10: rappresenta un passaggio intermedio per chi desidera iniziare a sperimentare il digiuno intermittente, prolungando gradualmente il digiuno notturno fino a 14 ore.
  • 16:8: è il protocollo più studiato e uno dei più diffusi. Consiste nel concentrare tutti i pasti nell’arco di otto ore e digiunare per le restanti 16. Per raggiungere questo obiettivo è generalmente necessario eliminare la colazione oppure anticipare l’ultimo pasto della giornata. Trattandosi di uno schema più impegnativo, è consigliabile affrontarlo solo dopo essersi abituati a finestre di digiuno più brevi.
  • 17 ore o più: comprende protocolli più restrittivi, che secondo le evidenze disponibili non sembrano offrire benefici significativamente superiori rispetto agli schemi meno rigidi.

Durante il digiuno sono consentiti acqua, tè e caffè senza zucchero. 

Qual è il meccanismo fisiologico del digiuno?

Il digiuno intermittente pare ottimizzare la digestione e l’assorbimento dei nutrienti, limitando l’insorgenza di picchi glicemici, lipidici, infiammatori e insulinici. Dopo alcune ore senza assumere cibo l’organismo esaurisce progressivamente le riserve di glicogeno e riduce i livelli di insulina, iniziando a mobilizzare principalmente gli acidi grassi come fonte di energia e a produrre corpi chetonici. Questo passaggio, definito “switch metabolico”, è uno dei principali meccanismi del digiuno intermittente e può contribuire a migliorare la sensibilità all’insulina.

Il metabolismo cambia perché il corpo inizia a utilizzare i depositi di grasso che si hanno per produrre energia”, afferma Ioannis Nezis, professore di biologia cellulare all’Università di Warwick. Nezis ha studiato gli effetti cellulari del digiuno e suggerisce come il digiuno attivi un meccanismo chiamato autofagia, che è responsabile del riciclaggio delle proteine danneggiate all’interno delle cellule, questo sarebbe vantaggioso perché le cellule sono pulite e funzionano meglio. Sebbene l’autofagia sia ben documentata negli studi sperimentali, nell’uomo non è ancora dimostrato che i protocolli di digiuno comunemente praticati inducano un’autofagia clinicamente significativa. Si tratta quindi di un campo di ricerca promettente, ma ancora aperto.

Cosa dimostrano gli studi scientifici a oggi? 

1) Perdita di peso

È il beneficio meglio documentato. Gli studi disponibili mostrano che il digiuno intermittente può favorire una riduzione del peso corporeo, soprattutto attraverso una spontanea riduzione dell’introito calorico e una migliore aderenza al piano alimentare. Tuttavia, quando le calorie introdotte sono le stesse, il digiuno intermittente non risulta superiore a una tradizionale dieta ipocalorica. Il suo vantaggio principale è che molte persone riescono più facilmente a ridurre spontaneamente l’apporto calorico limitando gli orari dei pasti.

2) Glicemia e rischio di ipoglicemia

Il digiuno intermittente può migliorare la sensibilità all’insulina e il controllo della glicemia, soprattutto nelle persone con sovrappeso o prediabete. Occorre però prudenza nei pazienti con diabete in terapia con insulina o sulfaniluree, nei quali il digiuno può aumentare il rischio di ipoglicemia. In questi casi è sempre necessaria una valutazione medica.

3) Colesterolo LDL e trigliceridi

Le evidenze indicano una riduzione dei trigliceridi e un modesto miglioramento del profilo lipidico, mentre gli effetti sul colesterolo LDL sono più variabili e generalmente limitati. Gran parte di questi benefici sembra dipendere dalla perdita di peso e dal miglioramento complessivo della qualità dell’alimentazione.

4) Focus cognitivo

Molte persone riferiscono una maggiore lucidità mentale durante il digiuno. Alcuni studi suggeriscono possibili miglioramenti dell’attenzione e della concentrazione, ma le prove sono ancora insufficienti per affermare che il digiuno intermittente migliori stabilmente le funzioni cognitive o prevenga le malattie.

Il digiuno intermittente è adatto per tutti?

No. Il digiuno non è salutare per tutti, soprattutto per i bambini e per coloro che sono in stato interessante o che soffrono di disturbi alimentari. Molte condizioni mediche potrebbero rendere rischioso il digiuno tra cui la bassa pressione sanguigna, l’anemia, l’essere immunocompromessi e avere problemi allo stomaco, all’intestino o alla cistifellea. Il digiuno intermittente è generalmente sconsigliato nei soggetti con diabete in terapia con farmaci che possono provocare ipoglicemia, salvo diversa indicazione del medico.

Vantaggi

  • Presenta generalmente una buona tollerabilità ed è associata a un basso rischio di effetti collaterali.
  • Può favorire un migliore controllo dell’appetito e una maggiore sincronizzazione tra alimentazione e ritmi circadiani.
  • Alcune evidenze suggeriscono potenziali benefici sul metabolismo glucidico, sulla sensibilità insulinica e sul controllo del peso, soprattutto quando l’apporto calorico è concentrato nella prima parte della giornata.

Limiti

  • Una finestra alimentare ristretta può rendere più difficile partecipare a cene o eventi sociali.
  • L’organizzazione dei pasti può risultare complessa per chi lavora su turni o trascorre gran parte della giornata fuori casa.
  • Riducendo il numero dei pasti disponibili, è necessario pianificare attentamente l’alimentazione per garantire un adeguato apporto di energia, proteine, vitamine e minerali.
  • I benefici osservati sembrano dipendere non solo dalla durata del digiuno, ma anche dalla qualità della dieta e dalla distribuzione dell’apporto energetico nell’arco della giornata.

Consigli pratici

Il modo migliore di avvicinarsi al digiuno intermittente è iniziare gradualmente, ad esempio passando da 12 a 14 ore di digiuno, mantenendo una buona idratazione e privilegiando, durante la finestra alimentare, pasti equilibrati ricchi di verdure, cereali integrali, proteine di qualità e grassi insaturi. 

L’attività fisica regolare, in particolare quella di forza, contribuisce inoltre a preservare la massa muscolare durante un eventuale percorso di dimagrimento. 

Il digiuno intermittente è una strategia nutrizionale supportata da solide evidenze per il controllo del peso e il miglioramento di alcuni parametri metabolici. Tuttavia, a parità di apporto calorico, non si è dimostrato superiore alle tradizionali diete ipocaloriche. Il suo principale vantaggio è la semplicità: molte persone trovano più facile limitare gli orari dei pasti piuttosto che contare le calorie, migliorando così l’aderenza nel lungo periodo. Restano invece ancora da confermare i presunti benefici sull’autofagia, sulle funzioni cognitive e sull’invecchiamento.

In definitiva, il digiuno intermittente non è una cura miracolosa, ma può rappresentare un valido strumento all’interno di uno stile di vita sano. Più delle ore di digiuno, continuano a fare la differenza la qualità dell’alimentazione, l’attività fisica regolare, un sonno adeguato e la costanza nel mantenere buone abitudini nel tempo.

Riferimenti bibliografici

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