Negli ultimi anni sta emergendo una nuova consapevolezza: il cervello è profondamente influenzato da ciò che mangiamo. Non è un’idea “alla moda”, ma una conclusione che nasce dall’incontro tra neuroscienze, immunologia, nutrizione e microbiologia. Le malattie neurodegenerative – come la Malattia di Alzheimer, la Malattia di Parkinson, la Sclerosi laterale amiotrofica – non sono soltanto condizioni in cui muoiono i neuroni dedicati a specifiche funzioni cerebrali, ma veri e propri disturbi dell’equilibrio immunitario del sistema nervoso centrale.
Al centro di questo equilibrio c’è un processo chiamato neuroinfiammazione, ovvero una risposta del cervello che può essere protettiva se si attiva brevemente, ma che diventa dannosa quando permane troppo a lungo. Le cellule immunitarie del sistema nervoso – microglia, astrociti e cellule della barriera ematoencefalica – riconoscono segnali di pericolo e rispondono producendo sostanze infiammatorie. È un meccanismo utile per riparare un danno, ma pericoloso se diventa cronico.
Per molto tempo si è creduto che alcuni fattori come stile di vita, alimentazione o metabolismo avessero un ruolo marginale in questi processi. Oggi sappiamo che non è così: la dieta può modulare la neuroinfiammazione e persino influenzare la velocità con cui avviene la degenerazione neuronale.
Che cosa succede quando il cervello si infiamma?
In condizioni normali, la microglia agisce come un custode: elimina detriti, protegge i neuroni e sostiene la comunicazione tra le cellule del cervello. Quando la microglia incontra proteine “mal ripiegate” (ovvero proteine con conformazione alterata che diventano tossiche per il nostro cervello) come la proteina amiloide e la proteina tau nella Malattia di Alzheimer, l’alfa-sinucleina nella Malattia di Parkinson o le proteine SOD1 e TDP-43 nella Sclerosi laterale amiotrofica, le interpreta come segnali di pericolo (i cosiddetti DAMPs, “Danger-Associated Molecular patterns”).
Questo innesca una risposta infiammatoria con produzione di varie molecole, tra cui IL-1β, TNF-α, IL-6, radicali liberi e ossido nitrico. Nel breve periodo questa risposta serve a difendere il tessuto cerebrale. Nel lungo periodo diventa tossica per varie motivazioni:
- altera le sinapsi;
- ostacola la comunicazione tra i neuroni;
- favorisce l’ulteriore accumulo di proteine patologiche;
- accelera il declino cognitivo e motorio.
In altre parole, neuroinfiammazione e neurodegenerazione si alimentano a vicenda.
Cibo e cervello: un legame molto più stretto di quanto immaginiamo
Diversi studi internazionali hanno dimostrato che una dieta ricca di zuccheri, grassi saturi e alimenti ultra-processati aumenta l’attivazione microgliale, promuovendo uno stato infiammatorio sia nel sangue, sia nel cervello. Gli esperimenti sui modelli animali sono particolarmente chiari: un’alimentazione iperglicemica, per esempio, accende la microglia nell’ippocampo, l’area della memoria, riduce la plasticità neuronale e rende i topi più vulnerabili al declino cognitivo.
All’opposto, i modelli alimentari ricchi di antiossidanti, fibre, grassi “buoni” e alimenti freschi riducono la neuroinfiammazione e migliorano la funzione sinaptica. Non sorprende, quindi, come grandi studi epidemiologici recenti abbiano concluso che oltre il 10% dei casi di demenza potrebbe essere evitato intervenendo solo sulla dieta.
Tuttavia, ciò che emerge con forza è che non si tratta di mangiare un singolo super alimento (sia esso considerato “protettivo” oppure “dannoso”): è il modello alimentare complessivo a determinare gli effetti sul cervello.
Dieta mediterranea, dieta MIND (Mediterranean-DASH Intervention for Neurodegenerative Delay) e dieta chetogenica: cosa sappiamo davvero?
Le ricerche sulla dieta mediterranea, la più antica e studiata, sono ovviamente tra le più solide. Chi la segue con costanza ha:
- minore rischio di sviluppare demenza;
- declino cognitivo più lento;
- prestazioni migliori ai test di memoria.
Questo effetto sembra legato all’alto contenuto di verdure, cereali integrali, pesce, olio d’oliva e alle proprietà antiossidanti e antinfiammatorie dei polifenoli.
La dieta MIND, una variante di dieta che combina la dieta mediterranea con la dieta DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension) per proteggere il cervello dal declino cognitivo e ridurre il rischio di malattie neurodegenerative, è pensata proprio per ridurre il rischio di sviluppare malattie neurodegenerative, e conferma i risultati positivi già ottenuti con la dieta mediterranea: più è alta l’aderenza, più è lento il declino cognitivo e l’invecchiamento correlato.
La dieta chetogenica, un regime alimentare a bassissimo contenuto di carboidrati, moderato di proteine e alto di grassi, invece, agisce attraverso un meccanismo diverso: riduce lo stress ossidativo, stabilizza il metabolismo energetico dei neuroni e modula l’attivazione microgliale. I dati sono ancora preliminari, ma suggeriscono possibili benefici in malattie come la Malattia di Parkinson e i disturbi cognitivi precoci.
Il ruolo del microbiota: l’intestino dialoga con il cervello
Un altro protagonista di questa storia è il microbiota, l’ecosistema di batteri che vive nel nostro intestino. Il microbiota produce molecole, come gli acidi grassi a catena corta, che hanno effetti antinfiammatori sia locali, sia cerebrali. Alterazioni del microbiota – spesso ovviamente favorite da una dieta sbilanciata – sono state associate a molte malattie neurologiche: nella Malattia di Parkinson si osserva una riduzione dei batteri “protettivi” e un aumento di quelli pro-infiammatori; nella Malattia di Alzheimer la composizione del microbiota potrebbe correlare con i livelli di amiloide e tau; nella SLA si riscontra uno sbilanciamento tra batteri potenzialmente protettivi e altri capaci di stimolare la neuroinfiammazione.
Poiché la dieta è il principale regolatore del microbiota, diventa evidente quanto alimentazione e cervello siano interconnessi.
La dieta come strumento di prevenzione e supporto
Le evidenze disponibili indicano che la dieta può diventare un supporto concreto nella prevenzione e nella gestione delle malattie neurodegenerative. Non sostituisce i farmaci, ma può affiancarli modulando processi biologici fondamentali:
- riduzione dell’infiammazione cronica;
- miglioramento della funzione mitocondriale;
- stabilizzazione del metabolismo neuronale;
- influenzamento della risposta microgliale;
- modulazione del microbiota intestinale.
Il futuro della neurologia, quindi, potrebbe essere una combinazione di terapie farmacologiche e interventi mirati sullo stile di vita, costruiti in modo personalizzato sulla base di dati clinici, metabolomici e biologici.
Verso una nuova medicina del cervello
Oggi possiamo dire con ragionevole certezza che la dieta è un fattore modificabile capace di influenzare i processi di neuroinfiammazione e neurodegenerazione. La dieta mediterranea appare protettiva, la dieta MIND promettente e la chetogenica potenzialmente utile in contesti selezionati. Anche il microbiota si sta rivelando un regolatore cruciale dell’asse intestino-cervello.
La domanda iniziale – “La dieta può diventare uno strumento per proteggere il cervello?” – sembra trovare perciò risposta: non siamo più nel campo delle ipotesi, ma in quello delle prospettive concrete.
Il cammino è ancora lungo, ma il messaggio per tutti è chiaro: prendersi cura del proprio cervello comincia anche da ciò che mettiamo nel piatto.
