Secondo il Rapporto 2024 dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali, in Italia le persone anziane assumono in media 7,6 farmaci diversi nel corso di un anno. Una su tre segue una politerapia cronica, cioè assume contemporaneamente cinque o più farmaci per almeno sei mesi.

Nonostante questi numeri, circa la metà degli anziani non segue correttamente le indicazioni del medico per l’assunzione di questi farmaci.

Le ragioni sono diverse: da un lato ci sono difficoltà pratiche come la gestione di regimi terapeutici complessi, con orari e modalità di assunzione difficili da ricordare; dall’altro entrano in gioco fattori psicologici, come la scarsa fiducia nell’efficacia dei farmaci o il timore degli effetti collaterali.

La ricerca mostra che la gestione della terapia nella terza età non dipende solo dalla memoria o dalla disciplina, ma conta anche il livello di informazione, la qualità della relazione con i professionisti sanitari e la capacità di comprendere i cambiamenti del proprio corpo con l’avanzare dell’età.

Comprendere il funzionamento del proprio corpo

Con l’avanzare dell’età, l’organismo subisce cambiamenti fisiologici che alterano il modo in cui i farmaci vengono metabolizzati. Questi cambiamenti spiegano perché gli anziani siano più vulnerabili agli effetti collaterali e perché la stessa dose possa produrre effetti diversi da persona a persona. 

Il percorso dei farmaci nell’organismo si articola in quattro fasi, sintetizzate dall’acronimo ADME: assorbimento, distribuzione, metabolismo ed eliminazione. Con l’invecchiamento, alcuni di questi processi possono diventare più lenti e meno efficienti. Il carico maggiore ricade su fegato e reni, la cui funzionalità tende a ridursi nel tempo: il risultato è che un farmaco può restare in circolo più a lungo o accumularsi in concentrazioni diverse rispetto a quanto avviene in un paziente più giovane, aumentando il rischio di effetti indesiderati anche con dosi considerate standard. In particolare, le dosi raccomandate nei foglietti illustrativi sono generalmente studiate per adulti sani e potrebbero non essere adatte a un organismo anziano.

Inoltre, la barriera ematoencefalica, il sistema che filtra le sostanze dirette al cervello, diventa più permeabile con l’età, rendendo il sistema nervoso centrale più esposto a farmaci come sonniferi, ansiolitici e psicofarmaci. Effetti indesiderati come confusione, vertigini o instabilità nell’equilibrio non sono necessariamente il segnale che il farmaco sia sbagliato, ma che vale la pena confrontarsi con il medico senza aspettare la visita successiva. 

Chi soffre di più patologie croniche contemporaneamente assume spesso molti farmaci insieme, e ogni farmaco aggiuntivo aumenta la probabilità di interazioni con gli altri o con integratori considerati innocui perché percepiti come naturali. In un organismo già fragile, queste interazioni possono causare reazioni avverse gravi.

Conoscere questi processi aiuta a capire perché la supervisione medica e la revisione periodica della terapia sono passaggi necessari nei percorsi di cura.

Conoscere i farmaci che si assumono

Il primo passo per gestire bene una terapia è sapere con precisione cosa si sta assumendo. Può sembrare scontato, ma spesso molti pazienti anziani non hanno un elenco completo e aggiornato dei farmaci che prendono, compresi quelli da banco, gli integratori e i prodotti erboristici. 

Tenere una lista aggiornata dei medicinali: annotare il nome di ogni farmaco, la dose, la frequenza e il motivo della prescrizione, portare sempre questo elenco con sé (alle visite mediche come in caso di accesso al pronto soccorso) e aggiornare la lista ogni volta che interviene una modifica. Questo semplice accorgimento può dare informazioni vitali in situazioni di emergenza.

Conoscere il motivo per cui si assume ciascun farmaco: sapere a cosa serve e in quanto tempo agisce, e conoscere gli effetti indesiderati permette di riconoscere precocemente eventuali criticità. Se queste informazioni non sono state chiarite, è opportuno chiederle.

Non fermarsi al nome commerciale: lo stesso principio attivo può essere presente in farmaci diversi, inclusi i generici. Conoscerlo aiuta a evitare di assumere per errore la stessa sostanza due volte.

Gestire i farmaci nella quotidianità

Quando si prendono più farmaci, tra orari diversi, indicazioni che si sovrappongono, assunzioni a stomaco pieno o vuoto, incompatibilità con alcuni alimenti, la possibilità di fare confusione è alta. Ci sono alcuni accorgimenti da seguire per gestire i farmaci con più serenità:

 Gestire gli orari di assunzione: un portapillole settimanale con gli scomparti per i diversi momenti della giornata permette di avere una visione chiara e immediata della terapia. Per chi ha difficoltà di memoria, può essere utile associare l’assunzione dei farmaci a gesti consolidati nella routine quotidiana (come i pasti o il momento prima di dormire).

Non modificare le dosi in autonomia: ridurre o aumentare la dose di un farmaco, o smettere di prenderlo perché ci si sente meglio, è uno degli errori più comuni e più rischiosi. Alcuni farmaci richiedono di essere sospesi gradualmente; altri perdono efficacia se l’assunzione è irregolare. Qualsiasi modifica va discussa con il medico o, quando appropriato, con il farmacista.

Fare attenzione alle interazioni: i farmaci da banco (antidolorifici, antiacidi, antistaminici) vengono spesso considerati innocui perché non richiedono ricetta, ma possono interagire con le terapie in corso. Lo stesso vale per alcuni integratori e prodotti erboristici. Prima di assumere qualsiasi prodotto è opportuno verificarne la compatibilità.

Controllare le scadenze: i farmaci scaduti o conservati in modo improprio (esposti a umidità, calore o luce diretta) possono perdere efficacia o diventare instabili. Un controllo periodico dell’armadietto dei medicinali è un’abitudine semplice ma utile.

Il rapporto con i professionisti della salute

Medico, farmacista e infermiere sono professionisti della salute con ruoli distinti ma complementari, e dovrebbero essere coinvolti attivamente nella gestione dei farmaci.

I dati indicano che il farmacista è coinvolto nel 35,9% degli interventi di supporto all’aderenza terapeutica, seguito dall’infermiere (18,8%) e dal medico (8,6%). Questa distribuzione riflette la frequenza dei contatti: il farmacista è spesso il professionista più accessibile, quello con cui si interagisce più regolarmente e che può intercettare per primo eventuali criticità. In molti casi il contatto si limita al ritiro dei farmaci, ma il farmacista può rispondere a domande su interazioni, modalità di assunzione e corretta conservazione, informazioni utili che non richiedono una visita medica.

Chiedere al proprio medico una revisione periodica della terapia, almeno una volta all’anno, è una buona abitudine spesso trascurata. Con il tempo e con il cambiamento delle condizioni cliniche, alcuni farmaci possono diventare non più necessari o meno appropriati. Una valutazione complessiva, almeno annuale, che includa anche le prescrizioni di specialisti diversi, aiuta a ridurre ridondanze e rischi. Per orientarsi in queste decisioni, i medici utilizzano anche strumenti specifici (come i criteri di Beers o STOPP/START) che aiutano a individuare farmaci potenzialmente non adatti nelle persone anziane. 

Quando possibile, è utile farsi accompagnare alle visite da un familiare o da una persona di fiducia dato che la presenza di un caregiver facilita la comprensione delle indicazioni e aiuta a ricordarle. 

Infine, è opportuno segnalare eventuali problemi o effetti indesiderati. La comparsa di un sintomo inatteso dopo l’introduzione di un nuovo farmaco va comunicata immediatamente al medico. È importante sapere che negli anziani la risposta ai farmaci richiede una vigilanza continua, poiché un regime terapeutico che sembrava ben tollerato all’inizio può diventare problematico con il passare del tempo a causa dei cambiamenti dell’organismo o dell’accumulo delle sostanze.

Partecipazione attiva alla cura

Negli ultimi anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sviluppato un modello di cura per la popolazione anziana – ICOPE (Integrated Care for Older People) – che sposta il focus dalla diagnosi alla persona. Infatti questo modello non parte dalla malattia ma da ciò che la persona anziana è ancora in grado di fare, ciò che desidera continuare a fare, e il modo in cui il trattamento può sostenere questi obiettivi.

Con questo cambio di prospettiva la qualità della gestione dei farmaci non si misura solo nel rispetto degli orari di assunzione, ma nel fatto che quella persona ha capito perché li prende, ha avuto la possibilità di fare domande, e ha contribuito insieme al medico a definire un piano terapeutico che sia compatibile con la vita quotidiana. Una revisione sistematica di 128 studi sull’aderenza terapeutica ha mostrato che gli interventi più efficaci sono quelli che combinano informazione, supporto pratico e una relazione continuativa con i professionisti della salute.

In questa ottica, la gestione dei farmaci nella terza età coinvolge anche l’autonomia decisionale e la capacità di mantenere un ruolo attivo nel proprio percorso di cura, evitando che la terapia diventi un insieme di prescrizioni subite, più che comprese.

 

Bibliografia







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